“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20)

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    • VienieSeguimi
      VienieSeguimi ha pubblicato un articolo Vangelo 1 Novembre + commento

      Dal Vangelo secondo Matteo 5,1-12a
      In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». 

      OMELIA 
      Festeggiare tutti i santi è guardare coloro che già posseggono l'eredità della gloria eterna. Quelli che hanno voluto vivere della loro grazia di figli adottivi, che hanno lasciato che la misericordia del Padre vivificasse ogni istante della loro vita, ogni fibra del loro cuore. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. Sono i fratelli maggiori che la Chiesa ci propone come modelli perché, peccatori come ognuno di noi, tutti hanno accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro tristezze. Questa beatitudine che dà loro il condividere in questo momento la vita stessa della Santa Trinità è un frutto di sovrabbondanza che il sangue di Cristo ha loro acquistato. Nonostante le notti, attraverso le purificazioni costanti che l'amore esige per essere vero amore, e a volte al di là di ogni speranza umana, tutti hanno voluto lasciarsi bruciare dall'amore e scomparire affinché Gesù fosse progressivamente tutto in loro. È Maria, la Regina di tutti i Santi, che li ha instancabilmente riportati a questa via di povertà, è al suo seguito che essi hanno imparato a ricevere tutto come un dono gratuito del Figlio; è con lei che essi vivono attualmente, nascosti nel segreto del Padre. 

      • Cristina

        Il cristiano sarà sempre eterogeneo e disadattato nel mondo. Non può pretendere di credere e proclamare cose così originali come quelle contenute nel suo “credo”, e di poter poi circolare tranquillamente in mezzo agli altri uomini. Chi professa la sua certezza che Gesù Cristo, un uomo morto duemila anni fa, oggi è vivo nel senso proprio e letterale del termine; chi si dice persuaso che un velo di pane sia, nell’Eucaristia, il corpo del Signore; chi va in giro a raccontare di avere in cuore per la vita di grazia la presenza della Trinità misteriosa e vivificante, non deve meravigliarsi se poi gli altri lo lasciano un po’ da parte… Il suo “ghetto” include il Regno dei Cieli, la sua “diversità” è consonanza con le schiere degli angeli, la sua “chiusura” si apre sulle praterie sconfinate della realtà invisibile ed eterna, il suo isolamento è comunione con le tre persone divine.
        Sarà perciò opportuno versare le nostre lacrime non su chi resta “diverso”, ma su chi desidera a tutti i costi confondersi nella folla.

        (Contro maestro Ciliegia. Commento teologico a “Le avventure di Pinocchio”, Milano 1977, p. 149)

        • VienieSeguimi
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          Buona solennità di tutti i Santi!
          Il Signore ci renda Santi !

          • VienieSeguimi
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            Buona solennità di tutti i Santi!
            Il Signore ci renda Santi !

            • VienieSeguimi
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              Buona solennità di tutti i Santi!
              Il Signore ci renda Santi !

              • VienieSeguimi

                Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno...

                Noi domandiamo quantità, Gesù risponde in qualità e modalità...
                Come sono distanti i nostri pensieri dai suoi!!!

                Signore facci piccoli come i santi per entrare attraverso la porta stretta...

                Preghiamo in questo giorno e per questa notte affinché tanti si ravvedano e scelgano la luce e non le tenebre...

                • VienieSeguimi

                  Occorre tornare a Cristo, occorre ritrovare una fede che abbia ancora qualcosa da dire, non quella generica in Dio, ma quella in colui che «mi ha amato e ha dato se stesso per me!» (Gal 2, 20). Occorre una conversione a Cristo, quella conversione che diventa sequela quotidiana. Occorre che nelle nostre comunità, nelle nostre Parrocchie, tra noi giovani, si torni a curare la fede, consapevoli che essa mai può essere data per scontata. Consapevoli che essa ha sempre qualcosa di nuovo da dire.
                  (Andrea Maniglia)

                • Ieri una mamma mi ha raccontato che presso la scuola di infanzia di suo figlio si sarebbe festeggiato Halloween e mi ha chiesto come sarebbe stato più opportuno comportarsi non condividendo tale scelta. Mi ha colpito tanto la sensibilità di questa persona ed il timore di fare una scelta che potesse nuocere al figlio, in un verso o nell’altro. La sua richiesta mi ha dato l’opportunità di riflettere su questo argomento e di condividere la mia riflessione con chi la vorrà leggere.

                  Quella che ricorre in questi giorni e conosciuta come festa di Halloween è un evento che affonda le sue radici in una tradizione dell’Europa precristiana e in particolare nella cultura celtica. Per gli antichi celti, popolazione prevalentemente di pastori, che vivevano seguendo i ritmi che la natura gli imponeva, questa data corrispondeva al Samhain, il capodanno, cioè il tempo dell’anno in cui terminava la stagione calda e cominciava la stagione del buio e del freddo.

                  Fino a qui tutto sommato non sembra esserci nulla di strano o preoccupante, ma approfondendo il tema scopriamo che l’importanza che i celti attribuivano al Samhain risiedeva nella loro concezione del tempo, visto come un cerchio suddiviso in cicli. La chiusura di ogni ciclo era un evento molto importante poiché portava con sé una grande carica magica, pertanto, bisognava propiziarsi le forze ultraterrene per non incorrere in catastrofi e sventure.

                  Ecco allora che, oltre alla tradizione, compare qualcosa che comincia a stridere: la carica magica della chiusura del ciclo temporale.

                  Vediamo di che si parla quando di parla di magia.

                  Secondo l’autorevole dizionario Treccani la magia è una pratica ed una forma di sapere esoterico e iniziatico che si presenta come capace di controllare le forze della natura per scopi ritenuti utili, o anche per recare danno, con riti o manipolazioni. La magia, che in virtù della manipolazione e della presunzione di potere, non può distinguersi in buona o cattiva, bianca o nera, è sempre negativa e pericolosa sia a livello mentale che spirituale perché soggioga a più livelli le persone e le lega con i lacci della sottomissione più negativa che possa esistere: quella di diventare schiavi.

                  Schiavi dei rituali, schiavi della paura, schiavi di convinzioni e credenze sbagliate.

                  Schiavi.

                  Strettamente collegata alla magia c’è la superstizione, quell’inganno che ci illude che compiendo determinate pratiche o evitandone altre, siamo nella possibilità di

                  gestire gli eventi a nostro piacimento e beneficio.

                  Essere superstizioni, per i cristiani è un grave peccato perché fa anteporre alla volontà divina sia la manipolazione umana che determinate pratiche illecite (es. portare un corno, usare un oggetto portafortuna, ecc), per tutti è una modalità che determina l’annichilimento mentale e dà spazio ad innumerevoli errori cogniti.

                  L’errore, più frequente che commettiamo è  confondere la causalità e casualità, creandoci convinzioni fallaci e dimenticando la maggior parte degli eventi avviene indipendentemente e non come conseguenza di una pratica magica, di superstizione o di manipolazioni esterna (es: se mi è andato male l’esame è perché ieri ho rotto lo specchio ed ora per almeno 7 anni sarò destinato a soffrire. Per fare altri esempi, possiamo anche ricordare, se ce ne fosse bisogno, il canto della civetta, il gatto nero che attraversa la strada, il passare sotto una scala, lo spargere sale, ecc).

                  La superstizione diventa spesso uno stile di vita fino ad arrivare ad influenzare ogni scelta. Ecco che torna il concetto di schiavitù, un concetto subdolo che ci illude di estrema libertà (di scelta, di gestione, ecc.) ma che in realtà ci tiene sotto scacco.

                  Questa lunga digressione si è resa necessaria per gettare le basi per valutare l’opportunità di non partecipare ai vari festeggiamenti in occasione di Halloween.

                  In primis, bisogna ricordare, che questa festa affonda le sue radici in una cultura esoterica che cozza con la nostra di appartenenza, in secondo luogo è necessario sottolineare che essa contribuisce a dare rilievo e peso a credenze ed atteggiamenti che fanno male al nostro modo di rapportarci alla realtà.

                  Ma non è solo questo.

                  Sicuramente non tutti, tra quelli che leggeranno queste righe, saranno d’accordo con il mio punto di vista e lo comprendo, probabilmente leggendo qualcuno penserà “ma che male c’è?”, “è un gioco”, “lo fanno tutti” ecc. ecc.

                  Se vogliamo alleggerirci le coscienze e toglierci la responsabilità di contribuire al proliferare di abitudini sbagliate e dannose, ripetersi queste frasi è la scelta migliore, se invece vogliamo essere protagonisti della nostra vita e miglioraci senza scimmiottare nessuno ma restando saldi sulle nostre origini ed appartenenze, allora potremmo cominciare a chiederci se è davvero tutto così semplice come crediamo e ci fanno credere, oppure no.

                  Chi tra di voi è genitore, zio, nonno e farebbe giocare il proprio figlio o nipote con un coltello affilato? Immagino nessuno eppure anche in questo caso potrebbero sollevarsi le stesse riflessioni di prima riguardo alla festa di Halloween: “che male c’è?”, “è un gioco”, “anche gli altri lo fanno” e cosi via.

                  Bene, a questo punto qualcuno potrebbe dire: “stiamo rasentando il ridico, che paragoni sono questi?.

                  Paragoni quanto mai azzeccati perché sia giocare con un coltello affilato che travestirsi da zombie, mostri, streghe e demoni (incentivando così il culto di Halloween) è qualcosa di pericoloso che porta alla morte in un caso fisico (con il coltello affilato) nell’altro morale e spirituale.

                  Parlo sempre ai genitori, agli zii ed ai nonni, sareste contenti se i vostri bambini perdessero la possibilità di scegliere, di essere liberi e diventassero dipendenti dalla paura, dai rituali, perdendo le radici e la capacità di credere in se stessi o di impegnarsi per ottenere qualcosa per sé?

                  Credo proprio di no, ed allora perché li invogliamo e li incentiviamo ad impersonare la morte con le varie maschere spettrali che in questi giorni si vedono ovunque?

                  Chiediamocelo tutti.

                  E chiediamoci anche se Halloween, anche togliendo le opposizioni della religione, è una festa bella da vivere oppure no.

                  Chi di voi gioca e ride al cospetto della morte?

                  Chi si diverte nel vedere volti sfigurati, sangue in ogni dove ed altre brutture simili?

                  Chi insegna ai propri bambini che se non si ottiene tutto quello che si vuole si è legittimati a vendicarsi (come suggerisce la frase che tra qualche ora diventerà un tormentone: “dolcetto o scherzetto”)?

                  Siamo sempre convinti che è un gioco, che non c’è nulla di male?

                  Mi auguro di no.

                  Spero che questa mia personalissima riflessione semini quel piccolo dubbio sufficiente che ci aiuti a cambiare rotta ed a chiedersi:

                  “Ma io a chi appartengo?”, “A chi voglio appartenere?”, “A chi o cosa voglio dedicare il mio tempo?”

                  “Cosa voglio testimoniare con la mia esistenza?”, “Cosa voglio trasmettere ed insegnare ai miei figli?”,

                  “Sono capace di scegliere o permetto ad altri ed altro di scegliere per me?”.

                  Sono consapevole che queste possono essere domande scomode e provocatorie ma sono convinta, allo stesso tempo, che siano importanti per la nostra crescita, pertanto le pongo per prima a me stessa.

                  Sapere cosa si sceglie tra le tenebre e la luce, tra il culto della vita e quello della morte, tra la possibilità di vendicarsi e quella di perdonare, risulta necessario per decidere su quale strada camminare e soprattutto dove si vuole arrivare.

                  In un tempo in cui prevale il tutto e subito, in cui si perdono i valori e si colmano i vuoti, in cui la frustrazione è sempre meno tollerata e la solitudine fa talmente tanta paura che talvolta siamo pronti a rinnegare noi stessi e seguire le mode più svariate pur di non sentirci emarginati, in un tempo come quello in cui stiamo vivendo, dobbiamo avere il coraggio dell’autenticità, di andare controcorrente, di affermare le nostre radici non assecondando chi vuole omologarci perché ciascuno di noi è unico e speciale e soprattutto è figlio della Luce. Ciascuno di noi è destinato al Cielo non certo agli inferi.

                  Padre Amorth, che penso tutti abbiano sentito nominare come uno dei più grandi e famosi esorcisti italiani, scriveva: “Festeggiare Halloween significa rendere un’ osanna al diavolo. Il quale, se adorato, anche soltanto per una notte, pensa di vantare dei diritti sulla persona”, poi continuava: “La festa di Halloween è una sorta di seduta spiritica presentata sotto forma di gioco. L’astuzia del demonio sta proprio qui. Se ci fate caso tutto viene presentato sotto forma ludica, innocente”.

                  Una ragione in più per cambiare, una ragione in più festeggiare la luce piuttosto delle tenebre.

                  Halloween non mi appartiene ed io non appartengo ad Halloween.

                  • VienieSeguimi

                    STORIA E SAPIENZA SONO IL FONDAMENTO DELLA VERA FEDE. La fede ha il suo fondamento nella storia e insieme nella sapienza. La storia è evento, fatto, realtà già esistita. La sapienza è luce, illuminazione, argomentazione, ragionamento, deduzione. Un uomo le cui radici sono nella storia fatta dal Signore con il suo popolo e per mezzo di esso, in cui sempre si è manifestata l’onnipotenza del loro Dio, al quale nulla è impossibile, mai dovrà mettere in dubbio la Parola del profeta che è Parola di Dio. Se Eliseo fosse comparso dal nulla e avesse proferito le parole: «A quest’ora, domani, alla porta di Samaria due sea di orzo costeranno un siclo e anche un sea di farina costerà un siclo», qualcuno avrebbe potuto anche dubitare. Ma Eliseo ha una lunga storia di miracoli e di prodigi. La sua storia è solido, fermo, fondamento della fede. Tutti i figli d’Israele sanno che il Signore può far piovere il pane dal cielo. I loro padri sono stati nutriti nel deserto per quarant’anni. Applichiamo ora al discepolo di Gesù questa verità. C’è la fede sua personale che ha il fondamento nella storia di Cristo Gesù e dello Spirito Santo scritta attraverso Cristo prima della sua gloriosa ascensione al cielo e poi attraverso il suo corpo che è la Chiesa. Scrittura e storia che durano ormai da ben duemila anni. Ma questo non basta per creare la fede in chi non la possiede. La fede nasce se alla storia del corpo di Cristo di ieri si aggiunge sia la storia del corpo di Cristo di oggi. La fede nasce se in modo speciale a questa storia si aggiunge la mia storia intessuta di fede, storia scritta attraverso me dallo Spirito Santo. Se manca la mia storia, scritta attraverso me dallo Spirito Santo, l’altro viene a mancare della visione della storia del corpo di Cristo, che si vive nella mia vita, e mai potrà venire alla fede. Mai potrà venire alla fede, perché la fede è scritta nel cuore dell’altro, attingendo lo Spirito la fede dalla mia fede e dalla mia storia di fede. La mia fede serve allo Spirito Santo da vero solido fondamento. Se qualcuno si chiede: perché oggi la fede scompare anziché crescere e perché i cristiani diminuiscono invece che aumentare, la risposta è una sola: perché il discepolo di Gesù è senza una sua personale storia di fede, verità, giustizia in tutto conforme alla Parola del Signore. Mancando il fondamento della nostra storia, lo Spirito Santo non può creare la fede in altri cuori. Se poi la nostra fede è un vuoto sentimento anche la fede che nasce per noi sarà un vuoto fondamento. Fede falsa genera fede falsa, fede vuota produce fede vuota, fede ereticale fa nascere fede ereticale, fede malata dona fede malata, fede senza fede produce fede senza fede. È sufficiente che il cristiano si interroghi sulla sua fede e saprà all’istante quale fede per lui spunterà in un altro cuore. Il discepolo di Gesù non è neutro in relazione alla nascita della fede nei cuori. La sua fede è fondamento vero o falso per ogni altra fede. È verità. Madre di Dio, fa’ che ogni cristiano sia di purissima fede. Darà fede ottima. Aiutaci, Madre Santa, a essere di fede vera per generare fede vera in ogni cuore. (Mons. Di Bruno)

                    • VienieSeguimi

                      PAROLA VITA SPIRITO SANTO. Ogni uomo che annunzia una verità – obbligando la verità alla verità ed essendo la vita da essa, essa non può non essere accolta – è necessario che attesti con dati oggettivi, di storia o di altra natura, che quanto lui dice è purissima verità. Se dice e non prova, è persona che non merita alcuna attenzione, alcuna considerazione, anzi ci si deve guardare da essa per non cadere nel baratro delle sue menzogne e falsità. Mosè scese in Egitto e riferì al faraone che il suo Dio gli ordinava di liberare il suo popolo. Il faraone gli rispose: “Chi è il Signore perché io debba obbedirgli”. Per il faraone il Dio di Mosè non era Dio. Cosa face il Signore al faraone? Gli attestò con dieci potenti segni che Lui è il Signore di tutta la creazione. Questa obbedisce a Lui e a nessun altro. Anche i maghi d’Egitto, capaci di fare alcune cose, al quarto segno si ritirarono. Attestarono e confessarono la loro nullità dinanzi al Dio di Mosè. Il cristiano va dal moderno faraone che è il mondo. Il mondo, forte di suoi dèi che sono idolatria, superstizione, immoralità, scienza, tecnica, potere, cosa risponde al cristiano? E chi è il tuo Signore perché io debba credere in Lui? Il cristiano cosa fa? Anziché mostrare la verità del suo Dio, per complesso di stoltezza e insipienza, non solo si ritira dall’annunzio della verità, adotta la falsità del mondo e tutti i suoi dèi come sua verità e sue divinità. Con questo suo passaggio al mondo, attesta e dichiara non vero il suo Vangelo e chi nel Vangelo è annunziato come il solo Salvatore, il solo Redentore, il solo Mediatore, il solo Dio venuto nella carne per la salvezza di ogni uomo. Mosè non fece alcun accordo con il faraone. Neanche lasciò il suo Dio e si fece schiavo del re d’Egitto. Il cristiano invece ben volentieri lascia Dio, si fa mondo, dal mondo pensa il suo Dio, imponendogli le leggi del mondo e ogni falsità e menzogna di peccato. Gesù viene, Dichiara la sua verità. Compie segni più portentosi di quelli operati da Mosè, attesta la sua verità, provandola con la creazione che obbedisce ad ogni suo comando. Come l’antico faraone i moderni re di questo mondo, non solo si oppongono alla verità di Gesù, decidono anche di uccidere il Signore della verità e per questo con inganno, falsità e menzogna gli tendono ogni trappola. Anche i discepoli di Gesù seguono il Maestro fino ad un certo punto nella verità, finché non contraddice le loro attese e le loro speranze umane, terrene. Quando Gesù eleva la verità sulla sua persona, che è verità di morte e di risurrezione, nella mente dei discepoli cala il gelo. Chiusura totale. Ancora una volta Gesù è obbligato a provare la sua verità. È obbligato a mostrare ai discepoli che la sua Parola è vera, mentre i loro pensieri sono falsi. La sua Parola si compie, le loro speranze umane e terrene mai si sarebbe compiute. Come fa Gesù per attestare la sua verità? Porta con sé tre dei suoi discepoli – lo zoccolo o il nocciolo forte – sul monte. Mostra ad essi la sua gloria divina ed eterna. Chiama Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti, perché vangano e testimonino per lui, in suo favore. Essi vengono e parlano con Lui del suo prossimo esodo che sarebbe avvenuto in Gerusalemme. Basta questa testimonianza così autorevole e così alta? Non ancora. Il Padre stesso fa udire la sua voce dal cielo, dichiara che Gesù è il suo Figlio amato e invita i discepoli ad ascoltare solo Lui. Solo Lui è la sua Parola eterna. Solo Lui sa qual è la sua verità. Tutti gli altri pensano, ma non sono verità. L’obbligo di Gesù di provare la verità oggi è tutto del suo discepolo. È un obbligo personale. Mai esso viene meno. Dura fino al momento della morte. Come ogni discepolo di Gesù proverà la sua verità dinanzi al mondo e ai suoi molteplici dèi? La proverà prima di ogni cosa vivendo tutta la Parola di Gesù, facendola divenire sua carne e suo sangue. Il Vangelo che annunzia non è solo legge di carta, è anche legge di vita, non è però vita degli altri, è la sua personale vita. Vivendo la Parola e trasformandola in sua vita, deve chiedere allo Spirito Santo ogni aiuto perché la Parola che annunzia venga resa credibile con l’attestazione di segni e di prodigi, non tanto materiali, quanto spirituali. Il primo prodigio di credibilità è il convincimento che lo Spirito del Signore crea nel cuore di chi ascolta la Parola di colui che l’ha trasformata in sua carne e suo sangue, sua vita. Ma lo Spirito non è lo Spirito che sta nel cielo, è invece lo Spirito che è nel cuore di colui che dice la Parola. Ecco l’unità che sempre va ricomposta per chi annunzia la Parola: la Parola di Gesù, la Parola trasformata in vita dal discepolo, lo Spirito Santo del discepolo. Se la Parola non è quella di Gesù, nulla avviene, lo Spirito si ritira dal discepolo. Madre di Dio, fa’ che ogni discepolo sempre offra le prove storiche dalla verità Parola che annunzia. (Mons. Di Bruno)

                      • VienieSeguimi
                        VienieSeguimi ha pubblicato un articolo Vangelo 31 Ottobre + commento

                        Dal Vangelo secondo Luca 13,22-30
                        In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete". Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!". Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi». 

                        OMELIA 
                        La vita di ogni uomo, il percorso di ritorno a Dio di tutta l'umanità è paragonabile ad un duro ed incerto incedere nel deserto, dove tutto è arido e la segnaletica è quasi inesistente. Tutto ci è già stato descritto nella narrazione biblica dell'Esodo. Oggi Gesù, interpellato sul numero di coloro che si salvano, ci parla della porta stretta. Vuole ricordarci che bisogna farsi piccoli ed umili per entrarci, bisogna faticare duro ed essere perseveranti e puntuali all'appuntamento per evitare il gravissimo rischio di arrivare in ritardo e trovare la porta chiusa. Accadde anche alle vergini stolte rimaste senz'olio. Nessuno allora potrà accampare scuse dinanzi al giusto giudizio di Dio; a nulla varrà il vanto di pretese intimità con Dio non suffragate dalla verità e dall'autenticità dei nostri comportamenti. Ci sentiremo dire con sgomento: "in verità vi dico, non vi conosco". Quando la fede si spegne o licenziamo Dio dalla nostra vita, non solo smarriamo la via del Regno, ma la rendiamo colpevolmente inaccessibile a noi stessi e ci ritroviamo fuori, proprio come accadde ai nostri progenitori dopo l'esperienza del primo peccato. Gesù però, ancora una volta, ci conforta: egli si definisce la porta delle pecore. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. (Padri Silvestrini) 
                         

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                        • La morte fa paura e fa male. Il dolore provocato dalla morte di una persona cara è una delle esperienze più intense da affrontare. Penetra i meandri più nascosti della nostra anima, sconvolge le emozioni, e può modificare le relazioni interpersonali. Elaborare il dolore provocato dalla perdita subita è un processo psicologico difficile ma tuttavia necessario per riappropriarsi del proprio equilibrio psicofisico.

                          L’elaborazione del lutto consiste nel darsi il permesso di tornare sull’immagine, sui sentimenti ed i ricordi legati alla persona cara, finché la sofferenza per la sua perdita risulterà meno intollerabile e dolorosa, in poche parole, finché non riusciremo ad accettare l’ accaduto. Tuttavia per risanare una ferita così profonda è necessario tempo e la nostra volontà di voler vivere ancora. John Bowlby, il padre della teoria dell’ attaccamento, ha ipotizzato quattro fasi della normale elaborazione del lutto:
                          1. La disperazione, caratterizzata da stordimento e protesta. Vi può essere l’immediato rifiuto dell’accaduto e sono comuni crisi di rabbia e di dolore. La fase può durare da alcuni momenti a giorni e può interessare periodicamente la persona afflitta, per tutta la durata del processo di lutto.
                          2. L’Intenso desiderio e la ricerca della persona scomparsa, caratterizzata da irrequietezza fisica e da preoccupazione eccessiva verso il caro estinto. La fase può durare alcuni mesi.
                          3. La disorganizzazione e la disperazione, fasi in cui la realtà inizia ad essere accettata. Prevale tuttavia la sensazione che la vita non sia reale e la persona afflitta sembra essere chiusa in se stessa, apatica e indifferente. Spesso si verificano insonnia e calo di peso così come la sensazione che la vita abbia perso il suo significato. La persona addolorata ricorda costantemente lo scomparso; insorge un inevitabile senso di delusione quando la persona che ha subito la scomparsa di un caro riconosce che i ricordi sono solo ricordi.
                          4. La riorganizzazione, durante la quale gli aspetti acuti del dolore cominciano a ridursi e la persona afflitta comincia ad avvertire un ritorno alla vita. La persona perduta viene ora ricordata con un senso di gioia, ma anche di tristezza, e la sua immagine viene interiorizzata.
                          La perdita di qualcuno che amiamo provoca dolorose emozioni, di paura, rabbia, colpa, rimpianto, vuoto e senso di abbandono, questo in particolare, già esperito in altri eventi della nostra vita e pertanto temuto. Ciò che si sente, sebbene sia un mix di emozioni e vissuti dolorosi, non può e non si deve negare. Evitare di “sentire”, di ricordare o di esperire la sofferenza attraverso il pianto non farebbe altro che provocare un’implosione interna con effetti deleteri per la nostra psiche ed il nostro organismo. È necessario invece permettere alle emozioni di seguire il loro corso naturale e piangere, senza imbarazzo, se di ciò si sente il bisogno.

                          Le emozioni che si lasciano fluire intrecciandosi ai ricordi ed ai vissuti passati diventano unguento per le ferite che così, lentamente, si vanno a rimarginare. Sant’Ambrogio in occasione della morte dell’amato fratello, rimarca forse ignorando il significato psicologico delle sue parole, o forse conoscendolo profondamente, l’ importanza di esprimere e vivere la sofferenza senza fuggire da essa. Scrive: “Le lacrime non sono segno di mancanza di fede o di debolezza. Il dolore naturale è una cosa, la tristezza dell’incredulità è un’altra… Non si piange solo per il dolore: la gioia ha le sue lacrime, anche l’affetto fa piangere […]

                          Le lacrime sono dunque segno di affetto e non spingono a soffrire. “Ho pianto, lo confesso, ma il Signore pure ha pianto (Gv 11,35)”. Sant’Ambrogio considera le lacrime un naturale segno con il quale esprimere un’emozione, non segno di debolezza ma modalità espressiva, se la società attuale ci chiede di essere forti, la fede e la psicologia ci chiedono di essere noi stessi, con le nostre paure e fragilità, poiché è solo nella verità e riconoscendo i limiti e i dolori che questi si possono affrontare ritrovando la forza per superarli. San Paolo ci ricorda che quando siamo deboli allora siamo forti e proprio questo potrebbe esserne il motivo.

                          Talvolta può accadere che il lutto si cronicizzi entrando in un versante patologico, presentando: apatia, abulia, cioè mancanza di volontà, mancanza di interessi, poca sensibilità agli stimoli esterni ed interni e forte dolore. Tre sono le principali tipologie di lutto patologico: la perdita traumatica, il lutto conflittuale ed il lutto cronico. La perdita traumatica è causata da lutti improvvisi, inaspettati, associati alla scomparsa di una o più persone, che hanno messo in pericolo di vita il sopravvissuto o che ne hanno determinato gravi mutilazioni, danno origine ad un meccanismo che tenta di evitare o di reprimere il dolore della scomparsa per molto tempo, ma non impedisce alti livelli di ansia e tensione emotiva. Gli eventi passati sono ricordati con grande chiarezza, al punto che, suoni, oppure oggetti che ricordano l’evento, possono scatenare sintomi di ansia o attacchi di panico. La prima fase di reazione al lutto è caratterizzata da intensa prostrazione e può persistere per un periodo più lungo del normale; il processo di elaborazione del lutto é ritardato e spesso il sopravvissuto può mantenere una relazione immaginaria con la persona scomparsa e mostrare difficoltà di relazione con il contesto sociale.

                          Mentre il lutto conflittuale si verifica per la perdita di una persona con la quale si aveva un rapporto ambivalente. La prima reazione emozionale è quasi di sollievo e non si verifica l’ansia e la prostrazione del lutto traumatico. Successivamente, la persona si ritrova perseguitata dalla memoria della persona scomparsa. Rabbia e senso di colpa si aggiungono alla sensazione di non avere diritto alla felicità, poiché questa deriva dalla perdita subita e questo favorisce lo sviluppo di una forte sensazione di mancanza della persona cara.

                          Il lutto cronico invece è dovuto ad un rapporto di dipendenza con la persona che muore, il quale può essere o l’elemento forte del rapporto, quello cioè dal quale dipendeva l’altro, oppure la parte debole, che dipendeva da colui che é sopravvissuto. In entrambi i casi, con motivazioni diverse, si sviluppa una intensa e prolungata sofferenza nel superstite di questo rapporto. Per superare l’evento luttuoso e la sofferenza da esso provocata é necessario pertanto effettuare una ridefinizione della relazione che non si estingue ma muta e, riconciliarsi con la nuova dimensione relazionale che, come la precedente, sebbene con modalità differenti, può arricchire il nostro cuore e colmare il vuoto provocato dalla perdita subita.

                          Scrive ancora Sant’Ambrogio: “non ho perso il rapporto con te; è completamente cambiato: finora era inseparabile dal mio corpo, ora è indissociabile dai sentimenti. Resti con me e vi resterai sempre… ” lasciandoci così una nuova immagine e ridefinizione della relazione che con la morte non si estingue ma muta, cambia la forma ma l’essenza resta immutata.

                          Dott.ssa Antonella Petrella, psicologa-psicoterapeuta

                          FONTE: https://www.informamolise.com/prima-pagina/angolo-della-psicologa-la-visione-del-lutto-e-la-ridefinizione-della-relazione-tra-bowlby-e-santambrogio/

                          • VienieSeguimi
                            VienieSeguimi ha condiviso un link

                            Mi chiamano integralista cattolico...

                            chihaorecchiintenda.altervista.org

                            Mi chiamano integralista... perchè prendo sul serio il Catechismo della Chiesa Cattolica e in generale le indicazioni della Chiesa,mi chiamano integralista

                            • VienieSeguimi
                              VienieSeguimi ha pubblicato un articolo Vangelo 30 Ottobre + commento

                              Dal Vangelo secondo Luca 13,18-21
                              In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami». E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». 

                              OMELIA 
                              Il Vangelo odierno contiene due brevi parabole sul regno di Dio: il granellino di senapa e il lievito nella massa di farina. La prima ne sottolinea la crescita in estensione, la seconda ne mostra la profondità. Ciò che importa è l'arbusto pieno di rami, dove si annidano gli uccelli e l'impasto fermentato. Le due immagini, riferite al Regno, si fondono insieme: indicano l'aspetto universale del Regno, aperto a tutti gli uomini. "Dio non fa preferenza di persone", tutti sono accetti. L'intenzione di Gesù è chiara. Siamo alla sua scuola. Siamo suoi discepoli. Egli vuole farci comprendere la sua presenza in noi, il suo vivere in noi. "Il mio regno è in mezzo a voi". Nella fede infatti abbiamo accolto quel seme e quel lievito   la Parola - non nella pienezza, ma nella crescita. Nella pazienza poi e nella fedeltà quotidiana lo faremo crescere in noi e attorno a noi, fino alla pienezza "della misura che conviene alla piena maturità di Cristo in noi". Ecco perché queste due parabole ci mettono di fronte a un grande problema personale. E' vero che il granellino di senapa sta crescendo in noi? E' vero che quel poco di lievito sta fermentando sempre di più la nostra vita? Dio continua a operare cose grandi attraverso il nostro piccolo. Continua a rivelare il suo mistero infinito attraverso il nostro a volte incerto quotidiano. L'apostolo Paolo ne era convinto e lo esprime così: "La vita che io vivo nella carne, la vivo nella fede di colui che mi ha amato e ha dato la sua vita per me". (Padri Silvestrini) 
                               

                              • VienieSeguimi
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                                • VienieSeguimi
                                  VienieSeguimi ha pubblicato un articolo Vangelo 29 Ottobre + commento

                                  Dal Vangelo secondo Luca 13,10-17
                                  In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C'era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l'asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?». Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute. 

                                  OMELIA 
                                  La parola di Gesù, il suo insegnamento, è forza di vita. Essa raddrizza tutto ciò che, nell'essere umano, è storto. Guarisce tutto ciò che si oppone alla pienezza della vita. La donna inferma, incapace di alzarsi, e il capo della sinagoga, indignato per la misericordia di Gesù, sono tutti e due, per ragioni diverse, chiusi nella gioia della lode. La donna è piegata sul suo corpo, annientata da una sofferenza che le impedisce di stare in piedi davanti a Dio. Ma per mezzo del suo sguardo e della sua parola, Gesù le presta, a lei sola, la stessa attenzione che presta a tutta l'assemblea del giorno di sabato, e la ristabilisce nella gioia di vivere. Il capo della sinagoga è piegato dalla durezza del suo cuore. Se egli stesse in piedi, davanti a Dio, a viso scoperto, non riconoscerebbe forse nella guarigione di questa donna la bontà di Dio? "Ipocriti!". Gesù non si rivolge solo a lui. Egli desidera sciogliere ogni resistenza alla pienezza in tutti i cuori umani. Egli è venuto a liberare la bontà umana da ciò che la ostacola, perché nell'amore senza limiti l'essere umano ritrovi Dio. 

                                  • VienieSeguimi
                                    VienieSeguimi ha pubblicato un articolo Vangelo 28 Ottobre + commento

                                    Dal Vangelo secondo Marco 10,46-52
                                    In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

                                    OMELIA 
                                    Il cieco del brano evangelico di oggi rappresenta l'uomo sulla via della fede; non vede ancora Gesù, ma ne percepisce la presenza. E' una percezione però così viva che gli fa intuire come solo da Dio gli può venire la salvezza e gli fa gridare: «figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me». Il suo è un atto di fede nella messianicità di Gesù. La fede però non è solo adesione ad una verità, ma è soprattutto adesione ad una persona, in un incontro vitale con Cristo Gesù. Sappiamo bene che è la grazia divina a guarire e a salvare. Ma alla corrente della grazia l'uomo arriva attraverso la spina della fede. In questo caso siamo portati ad ammirare un doppio intervento di Gesù che dona la vita e dona la fede. La fede è capitale nella vita cristiana. Senza essa è impossibile aderire a Dio. L'aver ricevuto la vista, simbolo della fede, impegna immediatamente chi era stato cieco a seguire Gesù; e il cammino del cieco di Gerico, verso la vera luce, si presenta come un esemplare itinerario per chi, dalla tristezza di un'esistenza opaca e senza avvenire, vuole pervenire al traguardo della vera vita. Saper percepire la salutare presenza di chi ci passa accanto, il calore del sole divino che ci illumina; lasciar salire verso di lui l'anelito della propria anima, implorare incessantemente finché ci avvenga di essere toccati dall'esperienza viva del suo splendore e della sua infinita benevolenza. (Padri Silvestrini) 
                                     

                                    • VienieSeguimi
                                      VienieSeguimi ha pubblicato 1 immagini

                                      ATTENZIONE!!!
                                      Halloween - cos'è?
                                      Che significato hanno le zucche illuminate con facce da demoni, i teschi, i fantasmi e le streghe che appaiono nel giorno di Halloween nei negozi? L’enciclopedia: la parola Halloween viene dall’ inglese: halow "Santo" e Eve "Vigilia", il giorno prima di Ognissanti Negli Stati Uniti la figura simbolo di Halloween è il "Jack-o-lantern" (il guardiano notturno), una zucca vuota con la smorfia di un demone con dentro una candela accesa. Le radici risalgono a una religione celtica pagana e i loro druidi. Questi erano fra l’altro preti, clerici, indovini e maghi dei celti che erano temuti in Gallia, ma soprattutto in Inghilterra, Scozia e Irlanda. Praticavano una specie di omicidi rituali, p.es. chiudendo delle persone in una struttura di salice con fieno che poi venivano bruciate vive per i loro dèi. I druidi esigevano dalla gente innocente e impaurita un bambino o una bambina per offrirlo al loro dio Samhain nella notte del 31 ottobre per entrare nel favore di codesto dio e di garantire loro il benessere. Mettevano una zucca vuota con una candela accesa sulla soglia delle case prescelte. Se la famiglia non offriva un bambino, facevano un segno con sangue alla porta. I membri responsabili della famiglia sarebbero così morti fino al mattino. Oggigiorno assistiamo ad un crescente interesse alle pratiche occulte, come anche il culto dei druidi moderni. Il 31 ottobre è uno dei giorni più importanti per le streghe e i maghi. Nel calendario dei druidi questo giorno è la vigilia della festa celtica di Samhain, il dio della morte. Halloween quindi è la festa di questo dio. Vengono invocati il nome di questo dio e anche gli spiriti dei defunti. Non sono però gli spiriti dei morti che si fanno vivi ma spiriti satanici, che girano a Halloween. Abbiamo a che fare con una religione neopagana. Uno dei loro luoghi sacri è Stonehenge in Inghilterra. Senza saperlo preghiamo in quel giorno il dio dei morti e i suoi demoni. Per Dio queste feste sono abominevoli. Lui ama infinitamente gli esseri umani e dà un grande valore ad ogni essere umano. Per questa ragione dobbiamo smettere di festeggiare una festa in cui era tradizione sacrificare dei bambini al dio della morte e i suoi demoni. Poiché nessuno di noi andrebbe a una festa con il motto: "aborto!" e si travestirebbe come chirurgo bevendo un drink dalla coppa di un organo umano. I cristiani (non intendo persone che sono state bagnate contro la loro volontà da neonati oppure persone che si autodichiarano cristiani per un consenso mentale) che conoscono la Bibbia sanno che Dio odia queste cose e chi fa queste cose dovrà un giorno rendere conto a Lui.

                                      Dio soltanto ci da ciò di cui abbiamo veramente bisogno e non vuole che l’uomo vada all’inferno ma che venga alla conoscenza della verità! (1 Tim 2,4)

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