“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20)

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      I DIECI COMANDAMENTI PER LA CASA DEL SIGNORE

      1. Molti vanno in Chiesa, ma non tutti sanno di entrare nella casa di Dio. Preparati nell’andare: spiritualmente, mentalmente e con il cuore.

      2. Recati alla Santa Messa almeno cinque o dieci minuti prima del suo inizio, per prepararti nella preghiera e nel raccoglimento ad una migliore partecipazione al mistero della salvezza.

      3. Entrando in Chiesa, davanti al Signore, inginocchiati, così lo adorerai pubblicamente. Chinare la testa, come oggi fanno molti, è solo un segno di venerazione e non di adorazione come si conviene a Dio. Nella lettera ai Filippesi si trova scritto: “nel nome di Gesù, ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra”. Non volerti dunque macchiare di grave irriverenza verso il tuo Signore.

      4. Osserva, nella casa di Dio, un rigoroso silenzio. Nel luogo sacro non possono essere giustificate le vane chiacchiere. Si può parlare solo per una vera, grave e urgente necessità, per il tempo strettamente indispensabile e sempre e solo sottovoce. Controlla sempre che il tuo telefonino sia spento.

      5. Non entrare mai in Chiesa vestito in maniera indecorosa o, peggio, indecente. Mantieni sempre un atteggiamento edificante, non andando in giro qua e là con lo sguardo, non voltandoti a vedere chi entra e chi esce, ma occupandoti solo di parlare con Dio, pensando alle cose di Dio, occupandoti degli affari divini riguardanti il bene dell’anima tua e di quelli che porti nel cuore.

      6. Nella Messa, almeno durante la consacrazione, procura di stare in ginocchio ed in assoluto silenzio adorante. Se anche sei fuori dei banchi, sappi che il Signore gradisce molto il sacrificio di stare in ginocchio sulla nuda terra. Sappi che se, senza grave necessità, rimani in piedi, pecchi gravemente di irriverenza verso Colui che si sta umiliando scendendo sull’altare e rinnovando l’offerta del Suo Sacrificio per le mani del sacerdote. Se sei un’anima generosa, prolunga il tempo della tua adorazione in ginocchio per tutta la preghiera eucaristica.

      7. Se vuoi ricevere Gesù nella santa comunione eucaristica, ricorda che devi essere in stato di grazia ed a digiuno da almeno un’ora da cibi e bevande non alcoliche (tre ore dalle bevande alcoliche). Se sei consapevole di aver peccato mortalmente, non accostarti alla santa comunione senza aver prima ricevuto l’assoluzione nel sacramento della Penitenza: commetteresti sacrilegio. Se hai violato le norme sul digiuno, per comunicarti devi chiedere la dispensa al Parroco prima che cominci la santa Messa. Sappi che il digiuno è rotto anche da un cioccolatino, una caramella, un caffè o una gomma da masticare.

      8. Prima di ricevere la santa Comunione, chiedi umilmente perdono per le tue debolezze e mancanze recitando l’atto di dolore. Accostati a Lui con molto rispetto e riverenza, consapevole che stai andando a ricevere il Signore del cielo e della terra. Ricorda che anche per ricevere la santa comunione, l’atteggiamento più indicato è quello di ricevere il tuo Signore stando umilmente in ginocchio.

      9. Dopo aver ricevuto Gesù, adoralo, benedicilo e ringrazialo. Tornato al banco, non metterti seduto: hai Dio dentro di te! Non uscire di fretta dalla Chiesa, ma soffermati in silenziosa preghiera, perché Gesù rimane, nelle Sacre Specie, vivo dentro di te, per almeno un quarto d’ora da quando l’hai ricevuto. L’ideale, quindi, sarebbe che ti trattenessi in preghiera ed in ringraziamento almeno per questo tempo.

      10. Quando Gesù è solennemente esposto nell’Adorazione eucaristica, non privarlo della tua presenza. Egli ti sta aspettando per amarti, benedirti, concederti grazie, donarti la sua pace, in cambio di un po’ del tuo amore e del tempo. Sii fiero di rimanere per un po’in ginocchio davanti alla sua divina presenza.

      • Enrico53
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        • Aldejes
          Blog di Aldejes

           

          Grazie a Sofia Pallisco che l’ha sbobinata per noi, possiamo mettervi a disposizione l’omelia di don Fabio Rosini, quella della messa del 19 gennaio a San Giovanni in Laterano. L’ho ascoltata e riascoltata, ma ogni volta mi commuovo. Veramente da tatuarsi sulla fronte.

          "Ma che bella parola che la provvidenza ha preparato per noi, è quella del giorno, non l’abbiamo scelta! Dopo aver sentito parlare una monaca, di quelle vere, mi permetto di aggiungere una sola cosa; Dunque Che cos’è la vita spirituale? Questo della vita spirituale è assolutamente fondamentale, cioè come si fa non prendersi cura della vita spirituale? Tutti dovrebbero essere aiutati in questa sfida qui che voi state abbracciando e noi sacerdoti dovremmo essere maestri di vita spirituale molto più che manager o cose varie che a volte finiamo per essere, o gente piuttosto frettolosa o impicciata che noi sappiamo essere.

          Ecco, ma che cos’è la vita spirituale? La vita spirituale è il contatto del tuo spirito con lo Spirito Santo, ovvero è una cosa molto importante. Noi siamo fatti – secondo San Paolo e secondo i padri della Chiesa – di tre zone, cioè noi abbiamo tre parti di noi, fondamentalmente: abbiamo il corpo e tutta la sua sensibilità che è l’interfaccia con il mondo, poi abbiamo una psiche, che è una seconda fascia che è la fascia della consapevolezza, lì ci sta l’intelletto, i pensieri, i sentimenti; sta tutto lì nell’intelletto! Per come siamo stati formati – o meglio – per come il mondo pensa che siamo stati formati, ci dovremmo fermare alla psiche, invece no. C’è un’altra parte, c’è la parte più profonda, questa parte si chiama spirito. Ed è interessante che i padri della Chiesa si chiesero se questo spirito che abbiamo dentro – che è la parte più profonda con la quale non si entra in contatto sempre, perché bisogna saperla accogliere, è molto profonda – sia con la “s” minuscola o con la “s” maiuscola? E la risposta è: tutte e due. Sei tu, ma è lo Spirito che abita in te. Insomma, per capire la vita spirituale bisogna stare attenti a un rischio – visto che ho l’occasione di darvi qualche consiglio, vi do un consiglio -la vita spirituale non ha regole, ma ha ritmi, che è diverso. Le regole in genere finiscono di diventare degli ideali frustranti, finiscono per essere delle ipotesi. Costanza – nel suo libro – dà ampiamente testimonianza di tutte le sue esperienze fallimentari. La cura della vita interiore richiede di stabilire dei ritmi, non delle cose che ti strizzano. Con dei ritmi, tu sai che hai una scadenza. Quando qualcuno mi dice che sta facendo i vespri e sono le due di notte, forse ha un ritmo sbagliato. Insomma si può anche fare che i vespri li dici molto tardi, ma il problema è questo: che tu stai dentro ad una cosa e alla fine – come il mio medicinale per la prostata – alla fine lo devo prendere ! Ad un certo momento, lo dovrò prendere! Questo è il punto, se mi sono dimenticato il medicinale per la prostata è un problema, ecco! Questo è importante perché altrimenti entriamo in una frustrazione.

          Qui la prima lettura diceva una cosa spaventosa: “ La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito”. […](Eb 4,12) Ci ha beccato! L’anima noi pensiamo che sia la cosa più profonda, invece no! Perché qui l’anima è più genericamente l’animo umano, qui come lo intende la lettera agli Ebrei. E lo spirito è quella parte profonda che sta là dentro e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore .” Penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla” […] (Eb 4,12 ) Che cosa sono le giunture e le midolla? Le giunture sono quella parte dell’articolazione che è il punto in cui due ossa giungono, si uniscono, quella parte che resta nascosta dell’articolazione, quella che non viene mai allo scoperto. Perché se viene allo scoperto, si è rotta. Mentre le midolla – il midollo è la parte interna dell’osso, dove ci sta la vita dell’osso, quindi la parte nascosta – sono una cosa nascosta. Ecco, la parola di Dio arriva e va a toccare quello che è recondito.

          Perché sto facendo tutta questa ramanzina? Perché – sei mi posso permettere di darvi un consiglio – vi invito a stare attenti a una delle cose molto importanti da fare. Nella vita spirituale, infatti, è importante distinguere dentro di sé due livelli: l’ “Io” e l’ “Ego”. L’ Ego è una struttura interna che è il frutto di tutti i casini che abbiamo vissuto, è la nostra struttura psicologica, è la nostra consapevolezza di noi stessi. E la notizia è questa: tu non sei quella roba lì! Quella è una struttura; c’è un “Io” più profondo. Non ti confondere con le tue metereopatie , non ti confondere con la tua educazione e le tue tecniche di sopravvivenza, non ti confondere con la tua struttura psicologica. Dice un mio amico psicoterapeuta -una cosa che spiritualmente parlando è ancora più vera – che la salute mentale è la disintonia da sé stessi. Non assolutizzare quello che pensi, chi assolutizza quello che pensa si chiama superbo. Chi assolutizza quello che gli va, si chiama goloso. Chi assolutizza la propria percezione della relazione con gli altri, si chiama invidioso e potrei continuare. C’è un “Io” più profondo. Ho avuto la ventura e la grazia di conoscere e avere intorno in parrocchia, Chiara Corbella Petrillo e lei diceva una cosa: ”Dio ti dice la verità nel fondo nel cuore e tu non ti puoi sbagliare”. Ecco, dove te la dice la verità? Nel profondo, nello spirito. Allora c’è un posto dove noi ci percepiamo e andiamo sempre per uno – a Roma si dice così- come quando a tombola ti manca un numero e tu stai lì che non fai mai tombola e vai per uno e ti manca sempre un pezzo. Ecco, andiamo sempre per uno! Siamo sempre un po’ insoddisfatti di noi stessi, ci sentiamo una schifezza, abbiamo sempre da ridire, siamo sempre un po’ brontoloni, tristanzuoli o cose di questo genere e ci perdiamo. Ma io non sono quello. Tu non sei quello. C’è qualcosa di più profondo. Un monaco, “monos”, è diventato uno, è una persona che ha iniziato a liberarsi di sé stesso, liberarsi di quella struttura psicologica, per venire a contatto con che? Vediamo di ascoltarla, perché questo è il luogo dove proclamarla. Quando entri nella liturgia eucaristica, sei tu fino in fondo.. E cosa sei? Prima di rispondere, guardate una cosa: guardate come è fatta questa basilica, questa cattedrale. Prima era fatta in un’altra maniera, poi è stata rifatta in un altro momento, hanno preso l’abside e l’hanno spostato, cosi da poter ospitare il “Monastero WI – FI”.

          Laggiù c’è il volto bello e sereno di Gesù . In tutte le chiese medievali -quelle vere – ci stava il Pantocrator, che non è una cosa per disegnare, ma è colui che ha tutto il potere. A Gesù è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Poi c’è una scena in cui sta Maria, Giovanni il Battista, i santi, – più piccoli e più grandi – ci sono scene che parlano della vita Eterna. Nel primo millennio, mai in nessuna chiesa si metteva la croce in fondo, iniziarono i francescani a mettere la croce sospesa in mezzo all’aria sopra l’altare, indicando che il passaggio era quello. Ma in fondo, perché sarebbe questa la struttura essenziale della chiesa? Sapete che, per esempio, qui ci sono dodici porte per entrare nella Gerusalemme Celeste. Quando entri qua dentro sei nella Gerusalemme Celeste, quando entri in una messa sei in una Gerusalemme Celeste. Sapete che succede? Che è come se questo altare – che è il luogo del sacrificio – rappresenti il punto di passaggio di una stessa realtà: noi siamo il Corpo di Cristo! Un pezzo qua, un pezzo là. E quando siamo nella liturgia, noi diciamo che cantiamo insieme agli angeli e ai santi; il santo lo cantiamo tutti insieme, ci sta San Francesco, ci sta anche padre Pio, ci sta pure San Benedetto, San Pietro, San Paolo , stanno tutti insieme, stiamo tutti insieme perché quello è il posto nostro. Mi spetta di stare con i santi, perché ci spetta di stare con chi è salvato. Perché quando stai nella liturgia eucaristica, stai con chi ha la vita e ti spetta di avere la vita. E vi spetta a voi di essere dei cristiani che hanno la vita, per dono, per grazia, non perché sei forte, anzi è questo il Vangelo di oggi. Gesù mangiava con i peccatori. Ho detto miliardi di volte questa battuta e la dico anche a San Giovanni in Laterano. “Perché Gesù mangiava con i peccatori? Perché con i peccatori si mangia meglio!” Il punto è che quando io sto nella liturgia, io sto in quel pezzo di cielo che è qui sulla terra. A me mi spetta di essere un corpo solo con Gesù Cristo e infatti me lo mangio. Lui viene da me: io sono suo e Lui è mio. E celebro una sponsalità meravigliosa; lo stesso corpo io e lui e qui ci sta qualcosa che sta in quello spirito. Nel tuo spirito c’è un’intuizione di te stesso/a molto bella, nobile. La verità è che in te c’è una bellezza unica e che proprio a te spetta di essere una cosa con Gesù Cristo. La verità è che tutto quello che fai: i disastri, i macelli, i ritardi, le cose che si rompono, non valgono niente. Tu sei una perla preziosa. Non mi potrò mai dimenticare che quando ero un giovane prete, un ragazzo – un mio collaboratore – spiegò in maniera diversa la liturgia da come la pensavo io. Spiegò la parabola della perla preziosa. “il Regno dei cieli è come un mercante di perle (un argomento che alle donne potrebbe interessare) che, trovata una perla di grande valore, va e vende tutti i suoi averi per comprare quella perla”. Allora io l’ho sempre interpretato cosi: “ Certo, se trovo Gesù Cristo, mollo tutto per lui”. Lui disse “No! Veramente la perla sei tu e Gesù Cristo è il mercante. Lui ha dato tutto se stesso per comprarti, tu vali molto! Tu sei la perla di Gesù Cristo”. Dillo anche tu al tuo cuore, perché il tuo cuore questo sa, nel profondo dell’anima di ogni bambino, di ogni uomo, di ogni anziano. Questa cosa, di solito, la facciamo diventare un macello, una contraddizione di noi stessi, non ci piacciamo, la facciamo diventare superbia, depressione. Ma questa cosa te la sa dire bene solo Gesù Cristo. Questa te la sa mettere nel cuore solo lo Spirito Santo. Questa è l’intuizione del padre. Che ti guarda e dice esattamente a te come l’hai detto a suo figlio Gesù Cristo, quello che abbiamo sentito domenica scorsa: “Tu sei mio figlio, in te io provo gioia”. Sennò non ti avrebbe creato, non si è sbagliato! Ti puoi sbagliare tu, ma lui non si sbaglia. Se ti ha chiamato alla vita è perché senza di te non si può fare. Allora una cosa bellissima è questo Vangelo che parla di uno sguardo, parla proprio di questo. Gesù esce di nuovo e passando vide Levi seduto al banco delle imposte. La vita di Levi è una vita zozza, incasinata, un macello…perché fa il pubblicano. E che vuol dire che fa il pubblicano? Vuol dire che riscuoteva le tasse facendo guadagno con la cresta sulle tasse. Già era uno zozzo perché collaborava con i Romani contro il suo popolo e il suo guadagno consisteva nel chiedere 150 se i Romani gli dicevano di prendere 100 e prendersi quello che avanza. Levi era servo di un’oppressione, viveva in un’ambiguità. Gesù Cristo lo guarda e gli fa capire che non non si butta via niente, che lui è roba buona. Ho fatto tante volte un esempio e lo ripeto ; se tu vedi un ragazzo ventenne che non fa niente dalla mattina alla sera, sta sempre a divertirsi, sta sempre a fare festa, non arriva da nessuna parte e qualcuno dice di buttarlo via perché non ci si fa niente con un ragazzo così, devi stare attento perché stai buttando via San Francesco D’Assisi. Dio lo sa che quello è San Francesco d’Assisi, non ti preoccupare! Tu non guardare come pensi. Oppure trovi una persona che si è presa una malattia venerea – che non è che si prenda andando a messa – è andato dai frati e i frati neanche lo hanno voluto perché era malato e aveva questa malattia. Allora è andato a Roma a curarsi perché nessuno se lo prendeva. Ma che ci facciamo con questo che ha questi vizi, queste abitudini? Buttiamolo via. Macché butti via! Si chiama San Camillo de Lellis e poremmo raccontare la storia di molte persone che tu diresti, che ci facciamo con questo? Ecco. Lo sa Dio che ci facciamo. Ci fa cose grandi. E così Gesù guarda Levi e sa chi è.

          Nell’eucarestia io sono sempre messo qui a fare queste cose, a celebrare, non me lo sarei mai dato questo ruolo! Io non mi sarei mai accordato questa vita, ma lo sa lui chi sono e io vengo qui a celebrarlo. Allora ci sta questo pasto con i peccatori; ma perché beve e mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? – dicono i farisei e gli scribi. Allora è una cosa esterna? No! È una cosa interna, non solo esterna! Dentro tutti quanti abbiamo un fariseo che ti dice: a quest’ora si prega? Vergognati! Tu a messa? Ma vai alla discarica che è il posto tuo! Tu sei troppo sporco, tu sei troppo storta, troppo debole e Gesù dice “veramente a me mi interessa proprio questo poveraccio!” A me sembra che dica :” beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli.” Disobbedisci al fariseo, al torturatore e all’aguzzino interiore che abbiamo tutti. È quella cosa per cui non sarai mai contento di te stesso. È quella cosa per cui ti sembrerà sempre che prima o poi ti scoprono. E ti buttano via. E prima o poi ti diranno: senta ma è lei…Fuori! Lei qui non ci può stare. È quella cosa per cui lei dice, no non può essere! Dio non può essere che sta con te. Guardate che se abbiamo contatti con l’abisso della nostra povertà, tutti siamo totalmente incapaci di stare all’altezza di questo rapporto. In questo rapporto ci si sta per grazia , dal Papa in giù tutti siamo peccatori davanti alla mensa e chi non lo è, è solo un ipocrita che non ha contatto con se stesso, che ha perso contatto con la propria povertà. Allora, lasciamo che l’eucarestia ci dica la nostra verità. Che questo momento si fotografi, fotografati questa giornata e tutte le tue giornate. Ad esempio questo momento, in questo momento dove stai? Chi sei? É anche divertente e rocambolesco sapere come siamo finiti qua . È una grazia di Dio. Per dire, guarda, sei nella chiesa madre di tutta la Chiesa cattolica, c’è una festa per celebrare la consacrazione di questa chiesa. Pensate un po’ voi! Tutto il mondo deve fare una liturgia per sapere questa chiesa quando è stata consacrata, questa chiesa qui. Tu sei qui. Tu sei il corpo di Cristo. Tu sei un pezzo del cielo e quando non accogli questo, stai mentendo su te stesso. Tu sei il corpo di Cristo. Tu sei la Chiesa.

          Sia lodato Gesù Cristo."

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                  Grazie a Sofia Pallisco che l’ha sbobinata per noi, possiamo mettervi a disposizione l’omelia di don Fabio Rosini, quella della messa del 19 gennaio a San Giovanni in Laterano. L’ho ascoltata e riascoltata, ma ogni volta mi commuovo. Veramente da tatuarsi sulla fronte.

                  "Ma che bella parola che la provvidenza ha preparato per noi, è quella del giorno, non l’abbiamo scelta! Dopo aver sentito parlare una monaca, di quelle vere, mi permetto di aggiungere una sola cosa; Dunque Che cos’è la vita spirituale? Questo della vita spirituale è assolutamente fondamentale, cioè come si fa non prendersi cura della vita spirituale? Tutti dovrebbero essere aiutati in questa sfida qui che voi state abbracciando e noi sacerdoti dovremmo essere maestri di vita spirituale molto più che manager o cose varie che a volte finiamo per essere, o gente piuttosto frettolosa o impicciata che noi sappiamo essere.

                  Ecco, ma che cos’è la vita spirituale? La vita spirituale è il contatto del tuo spirito con lo Spirito Santo, ovvero è una cosa molto importante. Noi siamo fatti – secondo San Paolo e secondo i padri della Chiesa – di tre zone, cioè noi abbiamo tre parti di noi, fondamentalmente: abbiamo il corpo e tutta la sua sensibilità che è l’interfaccia con il mondo, poi abbiamo una psiche, che è una seconda fascia che è la fascia della consapevolezza, lì ci sta l’intelletto, i pensieri, i sentimenti; sta tutto lì nell’intelletto! Per come siamo stati formati – o meglio – per come il mondo pensa che siamo stati formati, ci dovremmo fermare alla psiche, invece no. C’è un’altra parte, c’è la parte più profonda, questa parte si chiama spirito. Ed è interessante che i padri della Chiesa si chiesero se questo spirito che abbiamo dentro – che è la parte più profonda con la quale non si entra in contatto sempre, perché bisogna saperla accogliere, è molto profonda – sia con la “s” minuscola o con la “s” maiuscola? E la risposta è: tutte e due. Sei tu, ma è lo Spirito che abita in te. Insomma, per capire la vita spirituale bisogna stare attenti a un rischio – visto che ho l’occasione di darvi qualche consiglio, vi do un consiglio -la vita spirituale non ha regole, ma ha ritmi, che è diverso. Le regole in genere finiscono di diventare degli ideali frustranti, finiscono per essere delle ipotesi. Costanza – nel suo libro – dà ampiamente testimonianza di tutte le sue esperienze fallimentari. La cura della vita interiore richiede di stabilire dei ritmi, non delle cose che ti strizzano. Con dei ritmi, tu sai che hai una scadenza. Quando qualcuno mi dice che sta facendo i vespri e sono le due di notte, forse ha un ritmo sbagliato. Insomma si può anche fare che i vespri li dici molto tardi, ma il problema è questo: che tu stai dentro ad una cosa e alla fine – come il mio medicinale per la prostata – alla fine lo devo prendere ! Ad un certo momento, lo dovrò prendere! Questo è il punto, se mi sono dimenticato il medicinale per la prostata è un problema, ecco! Questo è importante perché altrimenti entriamo in una frustrazione.

                  Qui la prima lettura diceva una cosa spaventosa: “ La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito”. […](Eb 4,12) Ci ha beccato! L’anima noi pensiamo che sia la cosa più profonda, invece no! Perché qui l’anima è più genericamente l’animo umano, qui come lo intende la lettera agli Ebrei. E lo spirito è quella parte profonda che sta là dentro e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore .” Penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla” […] (Eb 4,12 ) Che cosa sono le giunture e le midolla? Le giunture sono quella parte dell’articolazione che è il punto in cui due ossa giungono, si uniscono, quella parte che resta nascosta dell’articolazione, quella che non viene mai allo scoperto. Perché se viene allo scoperto, si è rotta. Mentre le midolla – il midollo è la parte interna dell’osso, dove ci sta la vita dell’osso, quindi la parte nascosta – sono una cosa nascosta. Ecco, la parola di Dio arriva e va a toccare quello che è recondito.

                  Perché sto facendo tutta questa ramanzina? Perché – sei mi posso permettere di darvi un consiglio – vi invito a stare attenti a una delle cose molto importanti da fare. Nella vita spirituale, infatti, è importante distinguere dentro di sé due livelli: l’ “Io” e l’ “Ego”. L’ Ego è una struttura interna che è il frutto di tutti i casini che abbiamo vissuto, è la nostra struttura psicologica, è la nostra consapevolezza di noi stessi. E la notizia è questa: tu non sei quella roba lì! Quella è una struttura; c’è un “Io” più profondo. Non ti confondere con le tue metereopatie , non ti confondere con la tua educazione e le tue tecniche di sopravvivenza, non ti confondere con la tua struttura psicologica. Dice un mio amico psicoterapeuta -una cosa che spiritualmente parlando è ancora più vera – che la salute mentale è la disintonia da sé stessi. Non assolutizzare quello che pensi, chi assolutizza quello che pensa si chiama superbo. Chi assolutizza quello che gli va, si chiama goloso. Chi assolutizza la propria percezione della relazione con gli altri, si chiama invidioso e potrei continuare. C’è un “Io” più profondo. Ho avuto la ventura e la grazia di conoscere e avere intorno in parrocchia, Chiara Corbella Petrillo e lei diceva una cosa: ”Dio ti dice la verità nel fondo nel cuore e tu non ti puoi sbagliare”. Ecco, dove te la dice la verità? Nel profondo, nello spirito. Allora c’è un posto dove noi ci percepiamo e andiamo sempre per uno – a Roma si dice così- come quando a tombola ti manca un numero e tu stai lì che non fai mai tombola e vai per uno e ti manca sempre un pezzo. Ecco, andiamo sempre per uno! Siamo sempre un po’ insoddisfatti di noi stessi, ci sentiamo una schifezza, abbiamo sempre da ridire, siamo sempre un po’ brontoloni, tristanzuoli o cose di questo genere e ci perdiamo. Ma io non sono quello. Tu non sei quello. C’è qualcosa di più profondo. Un monaco, “monos”, è diventato uno, è una persona che ha iniziato a liberarsi di sé stesso, liberarsi di quella struttura psicologica, per venire a contatto con che? Vediamo di ascoltarla, perché questo è il luogo dove proclamarla. Quando entri nella liturgia eucaristica, sei tu fino in fondo.. E cosa sei? Prima di rispondere, guardate una cosa: guardate come è fatta questa basilica, questa cattedrale. Prima era fatta in un’altra maniera, poi è stata rifatta in un altro momento, hanno preso l’abside e l’hanno spostato, cosi da poter ospitare il “Monastero WI – FI”.

                  Laggiù c’è il volto bello e sereno di Gesù . In tutte le chiese medievali -quelle vere – ci stava il Pantocrator, che non è una cosa per disegnare, ma è colui che ha tutto il potere. A Gesù è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Poi c’è una scena in cui sta Maria, Giovanni il Battista, i santi, – più piccoli e più grandi – ci sono scene che parlano della vita Eterna. Nel primo millennio, mai in nessuna chiesa si metteva la croce in fondo, iniziarono i francescani a mettere la croce sospesa in mezzo all’aria sopra l’altare, indicando che il passaggio era quello. Ma in fondo, perché sarebbe questa la struttura essenziale della chiesa? Sapete che, per esempio, qui ci sono dodici porte per entrare nella Gerusalemme Celeste. Quando entri qua dentro sei nella Gerusalemme Celeste, quando entri in una messa sei in una Gerusalemme Celeste. Sapete che succede? Che è come se questo altare – che è il luogo del sacrificio – rappresenti il punto di passaggio di una stessa realtà: noi siamo il Corpo di Cristo! Un pezzo qua, un pezzo là. E quando siamo nella liturgia, noi diciamo che cantiamo insieme agli angeli e ai santi; il santo lo cantiamo tutti insieme, ci sta San Francesco, ci sta anche padre Pio, ci sta pure San Benedetto, San Pietro, San Paolo , stanno tutti insieme, stiamo tutti insieme perché quello è il posto nostro. Mi spetta di stare con i santi, perché ci spetta di stare con chi è salvato. Perché quando stai nella liturgia eucaristica, stai con chi ha la vita e ti spetta di avere la vita. E vi spetta a voi di essere dei cristiani che hanno la vita, per dono, per grazia, non perché sei forte, anzi è questo il Vangelo di oggi. Gesù mangiava con i peccatori. Ho detto miliardi di volte questa battuta e la dico anche a San Giovanni in Laterano. “Perché Gesù mangiava con i peccatori? Perché con i peccatori si mangia meglio!” Il punto è che quando io sto nella liturgia, io sto in quel pezzo di cielo che è qui sulla terra. A me mi spetta di essere un corpo solo con Gesù Cristo e infatti me lo mangio. Lui viene da me: io sono suo e Lui è mio. E celebro una sponsalità meravigliosa; lo stesso corpo io e lui e qui ci sta qualcosa che sta in quello spirito. Nel tuo spirito c’è un’intuizione di te stesso/a molto bella, nobile. La verità è che in te c’è una bellezza unica e che proprio a te spetta di essere una cosa con Gesù Cristo. La verità è che tutto quello che fai: i disastri, i macelli, i ritardi, le cose che si rompono, non valgono niente. Tu sei una perla preziosa. Non mi potrò mai dimenticare che quando ero un giovane prete, un ragazzo – un mio collaboratore – spiegò in maniera diversa la liturgia da come la pensavo io. Spiegò la parabola della perla preziosa. “il Regno dei cieli è come un mercante di perle (un argomento che alle donne potrebbe interessare) che, trovata una perla di grande valore, va e vende tutti i suoi averi per comprare quella perla”. Allora io l’ho sempre interpretato cosi: “ Certo, se trovo Gesù Cristo, mollo tutto per lui”. Lui disse “No! Veramente la perla sei tu e Gesù Cristo è il mercante. Lui ha dato tutto se stesso per comprarti, tu vali molto! Tu sei la perla di Gesù Cristo”. Dillo anche tu al tuo cuore, perché il tuo cuore questo sa, nel profondo dell’anima di ogni bambino, di ogni uomo, di ogni anziano. Questa cosa, di solito, la facciamo diventare un macello, una contraddizione di noi stessi, non ci piacciamo, la facciamo diventare superbia, depressione. Ma questa cosa te la sa dire bene solo Gesù Cristo. Questa te la sa mettere nel cuore solo lo Spirito Santo. Questa è l’intuizione del padre. Che ti guarda e dice esattamente a te come l’hai detto a suo figlio Gesù Cristo, quello che abbiamo sentito domenica scorsa: “Tu sei mio figlio, in te io provo gioia”. Sennò non ti avrebbe creato, non si è sbagliato! Ti puoi sbagliare tu, ma lui non si sbaglia. Se ti ha chiamato alla vita è perché senza di te non si può fare. Allora una cosa bellissima è questo Vangelo che parla di uno sguardo, parla proprio di questo. Gesù esce di nuovo e passando vide Levi seduto al banco delle imposte. La vita di Levi è una vita zozza, incasinata, un macello…perché fa il pubblicano. E che vuol dire che fa il pubblicano? Vuol dire che riscuoteva le tasse facendo guadagno con la cresta sulle tasse. Già era uno zozzo perché collaborava con i Romani contro il suo popolo e il suo guadagno consisteva nel chiedere 150 se i Romani gli dicevano di prendere 100 e prendersi quello che avanza. Levi era servo di un’oppressione, viveva in un’ambiguità. Gesù Cristo lo guarda e gli fa capire che non non si butta via niente, che lui è roba buona. Ho fatto tante volte un esempio e lo ripeto ; se tu vedi un ragazzo ventenne che non fa niente dalla mattina alla sera, sta sempre a divertirsi, sta sempre a fare festa, non arriva da nessuna parte e qualcuno dice di buttarlo via perché non ci si fa niente con un ragazzo così, devi stare attento perché stai buttando via San Francesco D’Assisi. Dio lo sa che quello è San Francesco d’Assisi, non ti preoccupare! Tu non guardare come pensi. Oppure trovi una persona che si è presa una malattia venerea – che non è che si prenda andando a messa – è andato dai frati e i frati neanche lo hanno voluto perché era malato e aveva questa malattia. Allora è andato a Roma a curarsi perché nessuno se lo prendeva. Ma che ci facciamo con questo che ha questi vizi, queste abitudini? Buttiamolo via. Macché butti via! Si chiama San Camillo de Lellis e poremmo raccontare la storia di molte persone che tu diresti, che ci facciamo con questo? Ecco. Lo sa Dio che ci facciamo. Ci fa cose grandi. E così Gesù guarda Levi e sa chi è.

                  Nell’eucarestia io sono sempre messo qui a fare queste cose, a celebrare, non me lo sarei mai dato questo ruolo! Io non mi sarei mai accordato questa vita, ma lo sa lui chi sono e io vengo qui a celebrarlo. Allora ci sta questo pasto con i peccatori; ma perché beve e mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? – dicono i farisei e gli scribi. Allora è una cosa esterna? No! È una cosa interna, non solo esterna! Dentro tutti quanti abbiamo un fariseo che ti dice: a quest’ora si prega? Vergognati! Tu a messa? Ma vai alla discarica che è il posto tuo! Tu sei troppo sporco, tu sei troppo storta, troppo debole e Gesù dice “veramente a me mi interessa proprio questo poveraccio!” A me sembra che dica :” beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli.” Disobbedisci al fariseo, al torturatore e all’aguzzino interiore che abbiamo tutti. È quella cosa per cui non sarai mai contento di te stesso. È quella cosa per cui ti sembrerà sempre che prima o poi ti scoprono. E ti buttano via. E prima o poi ti diranno: senta ma è lei…Fuori! Lei qui non ci può stare. È quella cosa per cui lei dice, no non può essere! Dio non può essere che sta con te. Guardate che se abbiamo contatti con l’abisso della nostra povertà, tutti siamo totalmente incapaci di stare all’altezza di questo rapporto. In questo rapporto ci si sta per grazia , dal Papa in giù tutti siamo peccatori davanti alla mensa e chi non lo è, è solo un ipocrita che non ha contatto con se stesso, che ha perso contatto con la propria povertà. Allora, lasciamo che l’eucarestia ci dica la nostra verità. Che questo momento si fotografi, fotografati questa giornata e tutte le tue giornate. Ad esempio questo momento, in questo momento dove stai? Chi sei? É anche divertente e rocambolesco sapere come siamo finiti qua . È una grazia di Dio. Per dire, guarda, sei nella chiesa madre di tutta la Chiesa cattolica, c’è una festa per celebrare la consacrazione di questa chiesa. Pensate un po’ voi! Tutto il mondo deve fare una liturgia per sapere questa chiesa quando è stata consacrata, questa chiesa qui. Tu sei qui. Tu sei il corpo di Cristo. Tu sei un pezzo del cielo e quando non accogli questo, stai mentendo su te stesso. Tu sei il corpo di Cristo. Tu sei la Chiesa.

                  Sia lodato Gesù Cristo."

                  • Aldejes

                    MEDITAZIONE – CON LA MISURA CON LA QUALE MISURATE. Proviamo a leggere tutti questi precetti dati all’uomo per amare l’uomo non applicandoli all’uomo, ma a Dio stesso. Dice Gesù: “Con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”. Con quale misura ha misurato, misura il nostro Dio? Con il dono di tutto se stesso donandoci il suo Figlio Unigenito. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito. Poiché Lui ha misurato con una misura divina infinita, senza misura, anche noi dobbiamo misurare a Lui con una misura senza misura. Questa verità è annunziata dal Vangelo secondo Giovanni, sia per la misura che è Cristo Gesù e sia per la misura che è lo Spirito Santo. Il Figlio dato senza misura dal Padre dona lo Spirito Santo senza misura: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito” (Gv 3,14-16.34). Se noi siamo amati – non siamo stati amati, ma siamo amati – senza misura, anche noi dobbiamo amare Dio senza misura. Come si ama il Padre senza misura? Donando a Lui e ai fratelli, nella grazia di Cristo Gesù e nella verità dello Spirito Santo, tutto quanto abbiamo ricevuto senza misura. Cosa avviene quando noi amiamo Dio e il prossimo senza misura? Il Padre celeste in ogni cosa amerà noi senza misura. Si compie per noi quanto insegna Paolo ai Filippesi. Essi hanno amato lui senza misura. Il Padre amerà loro senza misura. Essi sono stati misericordiosi, caritatevoli, pieni di compassione per lui. Il Padre dei cieli sarà misericordioso, caritatevole, pieno di compassione per loro: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi! Ho provato grande gioia nel Signore perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi: l’avevate anche prima, ma non ne avete avuto l’occasione. Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto. Ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù” (Cfr. Fil 4,6-19). È evidente che l’amore senza misura non può essere vissuto senza una fede altrettanto senza misura nei nostri cuori. La fede deve essere più di quella di Mosè dinanzi al Mar Rosso da spaccare in due. Più della fede necessaria per battere la roccia e far scaturire da essa l’acqua della vita. Più della fede necessaria per sanare dal morso velenoso del serpente solo guardando un serpente di rame innalzato al centro dell’accampamento. La fede dovrà essere forte come quella di Gesù vissuta sulla croce da Crocifisso. Io dona tutto il mio corpo al Padre, a Lui gli consegno l’anima, a Lui dona tutto me stesso. Senza misura a lui mi dono. Senza misura Lui a me si darà. Il dono è fatto al Padre senza misura. Il Padre interviene e anche Lui dona senza misura. Dona a Cristo un corpo immortale, spirituale, glorioso, incorruttibile. Lo innalza al di sopra del cielo dei cieli e lo costituisce Signore e Giudice dei vivi e dei morti. Dio ha dato al Figlio suo tutto senza misura. Il Figlio ha dato tutto al Padre suo senza misura. Il Padre nuovamente dona tutto al Figlio senza misura. È un dono che dura per l’eternità. A noi il Padre non dona il suo regno eterno se gli avremo dato qualche grammo di amore e un poco di obbedienza ai suoi Comandamenti, alla sua Legge? Dare senza misura diviene impossibile per chi non vive della stessa fede che è di Cristo Gesù sulla croce. Nella fede si deve crescere. Madre di Dio, ottienici una fede senza misura per amare sempre senza misura.

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                        • VienieSeguimi

                          Gli uomini sono nati per amare le donne e le donne sono nate per amare gli uomini, perché dall’amore di un uomo e una donna può nascere la vita. ( l’erba è verde e due più due fa quattro)
                          Uomini e donne, sposatevi, amatevi, sostenetevi e abbiate dei figli non solo per evitare la scomparsa della civiltà cui appartengo e che amo, ma perché è bello.
                          L’armonia familiare è il paradiso in terra.
                          L’amore coniugale è basato sul perdono e sull’accoglienza, un perdono continuo quel giorno che era nervoso e forse è stato svalutante, quel giorno in cui gli ho distrutto la macchina e non ha fiatato.
                          E poi l’amore coniugale, quando funziona, diventa un amore totale.
                          Io e mio marito siamo altrimenti giovani, diversamente magri e altrimenti prestanti, ma noi ci amiamo così.
                          Finalmente ho realizzato il sogno di ogni essere umano, essere amata per quello che sono. Mio Dio l’amore coniugale, che dono.
                          Amiche, sposate un uomo perbene, un uomo che per voi sia disposto a morire, che faccia il Sahara a piedi per portarvi mezzo bicchier d’acqua e tenetevelo stretto, anche se ha un carattere burbero, spesso gli uomini perbene ce l’hanno, non mollate, un matrimonio è come un giardino, da potare, dare acqua e levare le erbacce.
                          Noi siamo le fondamenta.
                          Sposatevi e fatelo a venti anni se potete, è meglio che a cinquanta perché unendovi ed amandovi, questa è l’unica strada lecita, potete completarvi, ognuno si completerà con un corpo diverso da suo, il corpo ruvido e forte degli uomini ha bisogno del corpo liscio e morbido delle donne e il corpo liscio e morbido delle donne ha bisogno del corpo forte e ruvido degli uomini, corpi fatti per unirsi e comprendersi e completarsi. E quando questi corpi si completano si ha il dono infinito di un figlio. Una creatura umana che non esisteva e che esiste perché il corpo di padre e madre si sono completati , ed è nato un figlio. Che è un figlio. È colui che ha dato luce alla nostra vita con la sua esistenza. Ha dato luce alla nostra vita mettendo al mondo figli che sono i nostri nipoti oppure ha dato luce alla nostra vita per pochi anni. O per pochi giorni. o per poche ore. Un figlio rende un uomo e una donna genitori, proiettandoli nell’eternità. quando una donna resta incinta, diventa madre. E questo non si può più disfare. L'aborto non disfa il suo essere madre. Una volta incinta la donna non può più scegliere se essere madre o no; può sceglire se essere la madre di un bimbo vivo o di un bimbo morto #SilvanaDeMari

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                                  Nelle debolezze, nelle difficoltà, nei fallimenti si adempie in noi la missione per la quale siamo nati. Proprio quando siamo nulla esplode in noi la potenza di Dio. Non disprezziamo allora nulla delle nostre sofferenze, delle angosce, dei fallimenti. E’ in quei momenti che siamo sale, e luce e lievito. Lo siamo perché siamo quello che siamo. (Antonello Iapicca)

                                  • VienieSeguimi

                                    PAPA FRANCESCO: DIFENDERE LA VITA NASCENTE È LA PRIMA PIETRA DEL BENE COMUNE

                                    “Quanti sono concepiti, afferma il Papa, sono figli di tutta la società, e la loro uccisione in numero enorme, con l’avallo degli Stati, costituisce un grave problema che mina alle basi la costruzione della giustizia”

                                    • Aldejes

                                      COSA CI SPINGE AD ENTRARE IN CHIESA
                                      Quando suonano le campane, uomini, donne e bambini escono di casa, un mattino di gran freddo o una sera di primavera, nella tristezza o nella gioia. Cosa avviene? Cosa avviene quando mettono i loro passi in quelli dei loro predecessori, quando da soli, lasciando i loro cari al caldo, davnti a un film o in una palestra si dirigono verso la chiesa? Cosa li spinge? Cosa si aspettano? Il canto delle campane viene a cercare i credenti che lo desiderano. “Vieni!” dicono. “È ora. È ora di fermarti nella corsa del tempo, per lasciare che lo sconosciuto ti raggiunga. Vieni, se lo vuoi”. Quando non vi sono le campane perché disturbano i cittadini, o in certi paesi dove la celebrazione deve farsi discreta, è un dichiamo muto a risuonare comunque all’ora stabilita […] Lasciare la casa per la chiesa, è uno spostarsi, è l’inizio di un esodo. Nessun uomo, nessuna donna ci viene alla leggera. Davvero nessuno. E chi crede di venire per abitudine può ritrovarsi raggiunto da una parola che egli non attendeva più, ma essa lo attendeva. Una parola fatta per lui. Forse non sappiamo molto bene perché veniamo. Forse siamo talvolta delusi, terribilmente delusi di sentirci come estranei a quello che si vive in chiesa. Eppure il cuore di ciò che ci raduna è udire una parola, di Dio, su Dio, è celebrare la sua presenza, con canti e gesti, e infine — incredibile mistero — diventare insieme Colui che noi celebriamo. Ciò che ci raduna non è in primo luogo un’evidenza, ma una duplice attesa. In fondo ciascuno di noi quale che sia la nostra esistenza e il nostro cammino di credenti, che siamo chierici o laici, impegnati nella comunità o di passaggio, figlio prodigo o figlio maggiore, ciò che ci raduna è un’immensa attesa: “È proprio vero?”. È proprio vero che Dio è presente a questo mondo, alle nostre vite, alle sue disgrazie, ai suoi terrori, ai suoi peccati, ai suoi attimi quotidiani? È proprio vero che le nostre vite sono in certo qual modo “più grandi” di noi stessi, che il nostro Dio ci attira verso di lui e così facendo ci solleva, ci rialza, ci rimette in piedi per la sua lode e la sua gioia? Questo vangelo, questa notizia — buona, si dice — può veramente sostenere il peso del mondo, trasfigurarlo, salvarlo? «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?» (Es 17,7). […] Ecco cosa c’è dietro quel gesto —venire in chiesa — che può sembrare di un altro tempo per chi non conosce di quel luogo se non ciò che vi si può vedere passando: alcune signore attempate che assicurano una permanenza per mantenere la chiesa aperta, e i sempiterni dèpliant e manifesti parrocchiali. Eppure vi sono là tutta l’attesa degli uomini e le loro questioni più gravi, la più profonda disperazione e la più grande speranza. […] Ciascuno di noi, assolutamente ciascuno è assillato da queste domande ultime. Forse sono rimosse, ricoperte da futili preoccupazioni. Ma se ci prendiamo la briga di venire alla messa, è anche perché siano risvegliate. Ci piacerebbe non lasciarci nutrire da risposte troppo leggere e da consolazioni troppo facili. Non vogliamo essere imboniti o che si aggirino i problemi. E i nostri pastori, vescovi, preti, diaconi, devono capire questo. I teologi di mestiere devono capire questo. Il nutrimento di cui abbiamo bisogno non è la pappa dei bambini, è una parola di carne e di sangue, che nutra la vita di coloro che, nella banalità del mondo, tentano di vivere la straordinaria novità del vangelo, quella novità così male accolta: «Non sono venuto per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato» (Gv 12,47). Fondamentalmente, è una questione di vita o di morte. (Anne LECÙ, Una vita donata, 11-15)

                                      • Aldejes

                                        "Ci si sposa per darsi la vita, non per tirare a campare."
                                        #DonFabioRosini

                                        e aggiungiamo... senza una relazione costante con Gesù Cristo, senza avere Lui come maestro, senza una sequela umile e senza la Sua Grazia, sarà molto difficile se non impossibile riuscirci.
                                        Per questo quando ci si sposa si promette tutto "CON LA GRAZIA DI CRISTO".

                                        • VienieSeguimi

                                          Solo chi ama educa!
                                          “Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi”. San Giovanni Bosco