“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20)

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        MEDITAZIONE – CON LA MISURA CON LA QUALE MISURATE. Proviamo a leggere tutti questi precetti dati all’uomo per amare l’uomo non applicandoli all’uomo, ma a Dio stesso. Dice Gesù: “Con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”. Con quale misura ha misurato, misura il nostro Dio? Con il dono di tutto se stesso donandoci il suo Figlio Unigenito. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito. Poiché Lui ha misurato con una misura divina infinita, senza misura, anche noi dobbiamo misurare a Lui con una misura senza misura. Questa verità è annunziata dal Vangelo secondo Giovanni, sia per la misura che è Cristo Gesù e sia per la misura che è lo Spirito Santo. Il Figlio dato senza misura dal Padre dona lo Spirito Santo senza misura: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito” (Gv 3,14-16.34). Se noi siamo amati – non siamo stati amati, ma siamo amati – senza misura, anche noi dobbiamo amare Dio senza misura. Come si ama il Padre senza misura? Donando a Lui e ai fratelli, nella grazia di Cristo Gesù e nella verità dello Spirito Santo, tutto quanto abbiamo ricevuto senza misura. Cosa avviene quando noi amiamo Dio e il prossimo senza misura? Il Padre celeste in ogni cosa amerà noi senza misura. Si compie per noi quanto insegna Paolo ai Filippesi. Essi hanno amato lui senza misura. Il Padre amerà loro senza misura. Essi sono stati misericordiosi, caritatevoli, pieni di compassione per lui. Il Padre dei cieli sarà misericordioso, caritatevole, pieno di compassione per loro: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi! Ho provato grande gioia nel Signore perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi: l’avevate anche prima, ma non ne avete avuto l’occasione. Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto. Ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù” (Cfr. Fil 4,6-19). È evidente che l’amore senza misura non può essere vissuto senza una fede altrettanto senza misura nei nostri cuori. La fede deve essere più di quella di Mosè dinanzi al Mar Rosso da spaccare in due. Più della fede necessaria per battere la roccia e far scaturire da essa l’acqua della vita. Più della fede necessaria per sanare dal morso velenoso del serpente solo guardando un serpente di rame innalzato al centro dell’accampamento. La fede dovrà essere forte come quella di Gesù vissuta sulla croce da Crocifisso. Io dona tutto il mio corpo al Padre, a Lui gli consegno l’anima, a Lui dona tutto me stesso. Senza misura a lui mi dono. Senza misura Lui a me si darà. Il dono è fatto al Padre senza misura. Il Padre interviene e anche Lui dona senza misura. Dona a Cristo un corpo immortale, spirituale, glorioso, incorruttibile. Lo innalza al di sopra del cielo dei cieli e lo costituisce Signore e Giudice dei vivi e dei morti. Dio ha dato al Figlio suo tutto senza misura. Il Figlio ha dato tutto al Padre suo senza misura. Il Padre nuovamente dona tutto al Figlio senza misura. È un dono che dura per l’eternità. A noi il Padre non dona il suo regno eterno se gli avremo dato qualche grammo di amore e un poco di obbedienza ai suoi Comandamenti, alla sua Legge? Dare senza misura diviene impossibile per chi non vive della stessa fede che è di Cristo Gesù sulla croce. Nella fede si deve crescere. Madre di Dio, ottienici una fede senza misura per amare sempre senza misura.

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          COSA CI SPINGE AD ENTRARE IN CHIESA
          Quando suonano le campane, uomini, donne e bambini escono di casa, un mattino di gran freddo o una sera di primavera, nella tristezza o nella gioia. Cosa avviene? Cosa avviene quando mettono i loro passi in quelli dei loro predecessori, quando da soli, lasciando i loro cari al caldo, davnti a un film o in una palestra si dirigono verso la chiesa? Cosa li spinge? Cosa si aspettano? Il canto delle campane viene a cercare i credenti che lo desiderano. “Vieni!” dicono. “È ora. È ora di fermarti nella corsa del tempo, per lasciare che lo sconosciuto ti raggiunga. Vieni, se lo vuoi”. Quando non vi sono le campane perché disturbano i cittadini, o in certi paesi dove la celebrazione deve farsi discreta, è un dichiamo muto a risuonare comunque all’ora stabilita […] Lasciare la casa per la chiesa, è uno spostarsi, è l’inizio di un esodo. Nessun uomo, nessuna donna ci viene alla leggera. Davvero nessuno. E chi crede di venire per abitudine può ritrovarsi raggiunto da una parola che egli non attendeva più, ma essa lo attendeva. Una parola fatta per lui. Forse non sappiamo molto bene perché veniamo. Forse siamo talvolta delusi, terribilmente delusi di sentirci come estranei a quello che si vive in chiesa. Eppure il cuore di ciò che ci raduna è udire una parola, di Dio, su Dio, è celebrare la sua presenza, con canti e gesti, e infine — incredibile mistero — diventare insieme Colui che noi celebriamo. Ciò che ci raduna non è in primo luogo un’evidenza, ma una duplice attesa. In fondo ciascuno di noi quale che sia la nostra esistenza e il nostro cammino di credenti, che siamo chierici o laici, impegnati nella comunità o di passaggio, figlio prodigo o figlio maggiore, ciò che ci raduna è un’immensa attesa: “È proprio vero?”. È proprio vero che Dio è presente a questo mondo, alle nostre vite, alle sue disgrazie, ai suoi terrori, ai suoi peccati, ai suoi attimi quotidiani? È proprio vero che le nostre vite sono in certo qual modo “più grandi” di noi stessi, che il nostro Dio ci attira verso di lui e così facendo ci solleva, ci rialza, ci rimette in piedi per la sua lode e la sua gioia? Questo vangelo, questa notizia — buona, si dice — può veramente sostenere il peso del mondo, trasfigurarlo, salvarlo? «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?» (Es 17,7). […] Ecco cosa c’è dietro quel gesto —venire in chiesa — che può sembrare di un altro tempo per chi non conosce di quel luogo se non ciò che vi si può vedere passando: alcune signore attempate che assicurano una permanenza per mantenere la chiesa aperta, e i sempiterni dèpliant e manifesti parrocchiali. Eppure vi sono là tutta l’attesa degli uomini e le loro questioni più gravi, la più profonda disperazione e la più grande speranza. […] Ciascuno di noi, assolutamente ciascuno è assillato da queste domande ultime. Forse sono rimosse, ricoperte da futili preoccupazioni. Ma se ci prendiamo la briga di venire alla messa, è anche perché siano risvegliate. Ci piacerebbe non lasciarci nutrire da risposte troppo leggere e da consolazioni troppo facili. Non vogliamo essere imboniti o che si aggirino i problemi. E i nostri pastori, vescovi, preti, diaconi, devono capire questo. I teologi di mestiere devono capire questo. Il nutrimento di cui abbiamo bisogno non è la pappa dei bambini, è una parola di carne e di sangue, che nutra la vita di coloro che, nella banalità del mondo, tentano di vivere la straordinaria novità del vangelo, quella novità così male accolta: «Non sono venuto per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato» (Gv 12,47). Fondamentalmente, è una questione di vita o di morte. (Anne LECÙ, Una vita donata, 11-15)

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            "Ci si sposa per darsi la vita, non per tirare a campare."
            #DonFabioRosini

            e aggiungiamo... senza una relazione costante con Gesù Cristo, senza avere Lui come maestro, senza una sequela umile e senza la Sua Grazia, sarà molto difficile se non impossibile riuscirci.
            Per questo quando ci si sposa si promette tutto "CON LA GRAZIA DI CRISTO".

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              MEDITAZIONE - MAESTRO, CHE COSA DEVO FARE PER EREDITARE LA VITA ETERNA? Se oggi venisse un uomo dinanzi ad un cristiano della Chiesa una, santa, cattolica, apostolica e gli chiedesse: “Signor cristiano, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” La risposta non sarebbe certamente dalla Scrittura, dal Vangelo, dalla verità rivelata. Sarebbe dalle sue tendenze ideologiche, politiche, filosofiche, psicologiche. Sarebbe dalla cordata da lui abbracciata, ma non certo dalla verità della Scrittura, che dice con taglio nettissimo ciò che è bene e va fatto per ereditare la vita eterna e ciò che è male e va evitato se non si vuole finire nella morte eterna. Dico questo perché oggi ormai è convinzione di ognuno che il paradiso è per tutti, che l’inferno è un genere letterario del passato, che Dio non giudica nessuno, che sempre la sua misericordia ha l’ultima parola e tutti accoglie nel suo regno di luce. Non vi è neanche necessità di appellarsi alla misericordia del Signore. L’inferno è già stato dichiarato non esistente. Al massimo, se c’è, è vuoto. Non si capirebbe in questo caso perché il Signore abbia creato l’inferno per poi lasciarlo vuoto. Qualcuno potrebbe pensare: Dio si è pentito di aver creato una cosa così grave, contraria alla sua misericordia. Si sa bene che tutti questi discorsi sono in netta opposizione, contrasto con la Parola del Signore. Non però con la parola di Dio immaginata dall’uomo, ma con la Parola consegnata dallo Spirito Santo agli agiografi e da essi alla carta. La risposta di Gesù invece è ben diversa. Lui manda lo scriba, conoscitore della Scrittura, alla Legge. Tu sei scriba. Conosci la Legge. Cosa è scritto in essa? Al suo scritto ti devi attenere. E infatti lo scriba conosce bene la Legge e recita quanto è scritto nel Deuteronomio al Capitolo VI e quanto viene insegnato nel Levitico al Capitolo XIX. Si eredita la vita eterna osservando i due comandamenti principali della carità: amando Dio obbedendo alla sua Legge. Amando il prossimo obbedendo sempre alla sua Legge. Non c’è nell’amore volontà, pensiero, desiderio, decisione dell’uomo. L’amore vero, puro, l’amore che ci conduce alla vita eterna è obbedienza alla Parola di Dio, Parola che rivela come Dio va adorato, amato, ascoltato e Parola che ci rivela come il prossimo va amato, rispettato, servito. Se non c’è obbedienza alla Parola che detta i diritti di Dio e del prossimo non c’è amore. Noi oggi abbiamo spostato l’asse dell’amore: dall’obbedienza alla Legge di Dio, a tutta la Legge di Dio, siamo passati al nostro sentimento. Non si predica più la Legge come fondamento dell’amore, non ci si riferisce più al Vangelo come punto da cui partire per amare Dio e il Prossimo secondo la volontà di Dio, si parte e si insegna il sentimento personale di questo o di quell’altro. Le conseguenze sono altamente disastrose. Si abortisce e si ama. Si distrugge la famiglia e si ama. Si desidera la donna d’altri e si ama. Si pratica ogni genere di superstizione e si ama. Si calunnia e si rende falsa testimonianza e si ama. Si compiono mille azioni nefande e si ama. L’amore non è più obbedienza, ma solo sentimento. Lo scriba pone una ulteriore domanda a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”. La risposta di Gesù va ben compresa. Noi spesso la leggiamo senza il prima, senza cioè l’obbedienza alla Legge. Ne abbiamo fatto una legge a se stessa. Nell’obbedienza perfetta alla Legge dell’amore verso Dio e verso il prossimo, chi è il mio prossimo? Prossimo è chi è dinanzi a te. Come si ama concretamente chi è dinanzi a te? Lo si ama secondo il momento particolare in sui si trova. Si trova un uomo lasciato mezzo morto dai briganti, aiutare quest’uomo è obbligo primario. Gli altri obblighi vanno abbandonati. Anche le regole dell’inimicizia vanno abbandonate. Salvare la vita a quest’uomo è priorità assoluta. Ma sempre si devono abbandonare le altre Leggi particolari? Solo in caso di urgente necessità e secondo la gravità del bisogno. Per tutti gli altri casi, la carità si organizza, si struttura. Organizzare la carità è permettere a ciascuno di servire il prossimo dalla sua missione, vocazione, sacramento, carisma. Un presbitero deve dedicarsi alla Parola e alla preghiera. È questa la sua missione. In caso di urgente bisogno lascia la sua missione, soccorre, poi ritorna a fare ciò che è suo obbligo fare. La Legge della propria missione mai va sospesa in modo permanente. Amare il prossimo infatti non è solo amare il corpo, è anche amare l’anima e lo spirito. È amare soprattutto la sua eternità di salvezza e di vita beata nel Paradiso. Per questo il ministro della Parola, della grazia, dei misteri Dio, per Cristo Gesù, nello Spirito Santo, mai deve lasciare la sua missione. Se l’abbandonasse, condannerebbe l’uomo alla morte eterna. Amare il prossimo secondo la Parola di Gesù, è amarlo nella pienezza del suo essere che è corpo, anima, spirito. È amarlo nella pienezza del suo tempo, che è anche eternità. è amarlo nella pienezza della sua vita. Il dono della vita eterna deve essere la prima carità. La più alta carità di un presbitero è la predicazione del Vangelo e la celebrazione dei sacramenti e la guida delle coscienza sulla via della pace. Per la carità verso il corpo nella Chiesa esistono i diaconi. Per questo sono stati istituiti. Madre di Dio, fa’ che sempre operiamo dalla Legge e mai dal sentimento. Sempre dall’obbedienza alla nostra missione e secondo i doni che lo Spirito Santo ci ha elargiti.

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                Incomincia con l’ammirare ciò che Dio ti mostra, e non avrai il tempo per cercare ciò che egli ti nasconde. (A. Dumas)

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                  Il Magistero di Benedetto XVI
                  Esortazione Apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis, n.88

                  Tante volte i Vangeli ci riportano i sentimenti di Gesù nei confronti degli uomini, in special modo dei sofferenti e dei peccatori (cfr Mt 20,34; Mc 6,34; Lc 19,41). Egli esprime attraverso un sentimento profondamente umano l'intenzione salvifica di Dio per ogni uomo, affinché raggiunga la vita vera. Ogni Celebrazione eucaristica attualizza sacramentalmente il dono che Gesù ha fatto della propria vita sulla Croce per noi e per il mondo intero. Al tempo stesso, nell'Eucaristia Gesù fa di noi testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Nasce così intorno al Mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo, che « consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo ». In tal modo riconosco, nelle persone che avvicino, fratelli e sorelle per i quali il Signore ha dato la sua vita amandoli « fino alla fine » (Gv 13,1). Di conseguenza, le nostre comunità, quando celebrano l'Eucaristia, devono prendere sempre più coscienza che il sacrificio di Cristo è per tutti e pertanto l'Eucaristia spinge ogni credente in Lui a farsi « pane spezzato » per gli altri, e dunque ad impegnarsi per un mondo più giusto e fraterno. Pensando alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, dobbiamo riconoscere che Cristo ancora oggi continua ad esortare i suoi discepoli ad impegnarsi in prima persona: « Date loro voi stessi da mangiare » (Mt 14,16). Davvero la vocazione di ciascuno di noi è quella di essere, insieme a Gesù, pane spezzato per la vita del mondo.

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                    La posizione della Chiesa sulla questione immigrazione

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                    Qual è la posizione della Chiesa sulla questione immigrazione ? Dal momento che da più parti si danno interpretazioni e si creano slogan per scegliere 

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                      PREGHIERA DEL MATTINO
                      Signore Gesù, tu che ami i miti e gli umili, bandisci dai nostri cuori ogni orgoglio e ogni ambizione umana: purificali dal tarlo crudele della gelosia e concedici la grazia di scegliere il posto più umile, secondo l'esempio del tuo profeta più grande, che non si riteneva degno nemmeno di abbassarsi, come un servo, a scioglierti il legaccio del sandalo.

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                        MEDITAZIONE. LA VOSTRA PACE RITORNI A VOI. Il discepolo di Gesù è mandato nel mondo non solo per recare l’annunzio della pace, ma anche per dare la pace in dono a tutti coloro che lo accolgono, non però come viandante, forestiero, straniero. Neanche come puramente e semplicemente uomo, ma come vero uomo di Cristo Gesù. Qual è la differenza tra l’accoglienza di un uomo e l’accoglienza di un uomo mandato da Gesù Signore? Chi è mandato da Cristo Signore, è mandato per evangelizzare Cristo Signore, per annunziare il suo Vangelo, per insegnare la Parola della salvezza. L’inviato di Cristo Gesù e Cristo Gesù sono una sola accoglienza. Si accoglie Cristo, il Vangelo, l’offerta di grazia e verità, di luce e di vita eterna, si accoglie l’inviato come vero inviato. Non si accoglie Cristo e i suoi doni divini, eterni, celasti, di salvezza e di redenzione, non si accoglie l’inviato di Gesù. Urge prestare molta attenzione a questa unità inseparabile tra il missionario di Cristo e Cristo. Se questa unità viene rotta, il missionario non è più missionario, l’inviato non è più inviato. Accogliere lui senza accogliere Cristo a nulla serve. Non produce alcun frutto di salvezza. Anzi diviene vero rinnegamento di Gesù Signore se il missionario è accolto come semplice uomo e Cristo rifiutato. Poiché sono una cosa sola, se si accoglie Cristo, il missionario deve sentirsi accolto. Se Cristo non è accolto, lui deve prendersi il bagaglio dei doni divini, compresa la pace da lui portata in quella casa o in quella città e andarsene, lasciando uomini, case, villaggi, città senza pace. Pace, Cristo, doni divini, missionario sempre devono essere una cosa sola. È questo oggi il vero dramma della religione cattolica: la separazione tra il missionario di Gesù – e missionari a diversi titoli e gradi sono ogni battezzato, ogni cresimato, ogni diacono, presbitero e vescovo – e Gesù. Il missionario non è più il portatore e il datore dello Spirito Santo, della pace, della vita eterna, della verità, della giustizia, della misericordia, della carità e del perdono. Si ha l’impressione come se il cristiano fosse una pentola vuota, un focolare senza legna. È come se fosse una foresta senza alberi, un cielo senza stelle, una terra senza sole. Urge ricomporre l’unità. Il cristiano e Cristo Gesù devono essere una cosa sola, così come Cristo e il Padre sono una cosa sola. Lo Spirito Santo e Cristo sono una cosa sola. La Parola, la grazia, la verità, la luce, la vita eterna e Cristo sono una cosa sola. Questa unità indissolubile va costruita ogni giorno, perché ogni giorno essa è a rischio di rottura e di frantumazione. L’unità è tutto. Quando il cristiano rompe l’unità con Cristo Gesù, non rimane neutro, indifferente, isolato, nel suo castello di niente. Subito inizia a costruire l’unità con le tenebre, con il peccato, la falsità, l’inganno. Sorge presto la conformazione ai pensieri di questo mondo. È questo il vero grande danno che si procura alla religione di Cristo Gesù. I suoi missionari anziché essere a servizio della sua Parola, si pongono a servizio di tutto ciò che non è luce, non è verità, non è volontà di Dio. Siamo oltre quanto Gesù dice dei farisei e degli scribi. Essi sono come quei sepolcri che nessuno vede, perché non segnalati, uno vi passa sopra e diviene impuro. Qui siamo oltre. Non solo si è sepolcri invisibili, si è anche e soprattutto persone ritenute di Gesù, mentre in verità non lo siamo, perché abbiamo rotto l’unità con Cristo Signore. Non siamo più una cosa sola. Ma è proprio questo l’intento di Satana. Come lui ha sempre tentato Cristo perché rompesse l’unità con il Padre suo, così tenta i cristiani perché rompano l’unità con Gesù. Quando riesce, e riesce quasi sempre, più di quanto non si pensi, per lui è una schiacciante vittoria. Tra i soldati di Cristo Gesù ha i suoi soldati che lavorano per lui contro Cristo Gesù. Visibilmente sono soldati di Cristo Gesù, invisibilmente e operativamente sono soldati di Satana. Quando si rompe l’unità con Cristo, questo è sempre successo, sempre succede e succederà. L’unità con Cristo è tutto. Questa unità va cercata, realizzata, custodita nella sua verità come la pupilla degli occhi. Madre di Dio, fa’ che mai si rompa l’unità tra Cristo Gesù e ogni suo discepolo. Se l’unità viene rotta, la fede perde la sua luce, la carità il suo amore, la speranza il suo cuore.
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