“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20)

Ultime attività

    • VienieSeguimi

      Nelle debolezze, nelle difficoltà, nei fallimenti si adempie in noi la missione per la quale siamo nati. Proprio quando siamo nulla esplode in noi la potenza di Dio. Non disprezziamo allora nulla delle nostre sofferenze, delle angosce, dei fallimenti. E’ in quei momenti che siamo sale, e luce e lievito. Lo siamo perché siamo quello che siamo. (Antonello Iapicca)

      • VienieSeguimi

        PAPA FRANCESCO: DIFENDERE LA VITA NASCENTE È LA PRIMA PIETRA DEL BENE COMUNE

        “Quanti sono concepiti, afferma il Papa, sono figli di tutta la società, e la loro uccisione in numero enorme, con l’avallo degli Stati, costituisce un grave problema che mina alle basi la costruzione della giustizia”

        • Aldejes

          COSA CI SPINGE AD ENTRARE IN CHIESA
          Quando suonano le campane, uomini, donne e bambini escono di casa, un mattino di gran freddo o una sera di primavera, nella tristezza o nella gioia. Cosa avviene? Cosa avviene quando mettono i loro passi in quelli dei loro predecessori, quando da soli, lasciando i loro cari al caldo, davnti a un film o in una palestra si dirigono verso la chiesa? Cosa li spinge? Cosa si aspettano? Il canto delle campane viene a cercare i credenti che lo desiderano. “Vieni!” dicono. “È ora. È ora di fermarti nella corsa del tempo, per lasciare che lo sconosciuto ti raggiunga. Vieni, se lo vuoi”. Quando non vi sono le campane perché disturbano i cittadini, o in certi paesi dove la celebrazione deve farsi discreta, è un dichiamo muto a risuonare comunque all’ora stabilita […] Lasciare la casa per la chiesa, è uno spostarsi, è l’inizio di un esodo. Nessun uomo, nessuna donna ci viene alla leggera. Davvero nessuno. E chi crede di venire per abitudine può ritrovarsi raggiunto da una parola che egli non attendeva più, ma essa lo attendeva. Una parola fatta per lui. Forse non sappiamo molto bene perché veniamo. Forse siamo talvolta delusi, terribilmente delusi di sentirci come estranei a quello che si vive in chiesa. Eppure il cuore di ciò che ci raduna è udire una parola, di Dio, su Dio, è celebrare la sua presenza, con canti e gesti, e infine — incredibile mistero — diventare insieme Colui che noi celebriamo. Ciò che ci raduna non è in primo luogo un’evidenza, ma una duplice attesa. In fondo ciascuno di noi quale che sia la nostra esistenza e il nostro cammino di credenti, che siamo chierici o laici, impegnati nella comunità o di passaggio, figlio prodigo o figlio maggiore, ciò che ci raduna è un’immensa attesa: “È proprio vero?”. È proprio vero che Dio è presente a questo mondo, alle nostre vite, alle sue disgrazie, ai suoi terrori, ai suoi peccati, ai suoi attimi quotidiani? È proprio vero che le nostre vite sono in certo qual modo “più grandi” di noi stessi, che il nostro Dio ci attira verso di lui e così facendo ci solleva, ci rialza, ci rimette in piedi per la sua lode e la sua gioia? Questo vangelo, questa notizia — buona, si dice — può veramente sostenere il peso del mondo, trasfigurarlo, salvarlo? «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?» (Es 17,7). […] Ecco cosa c’è dietro quel gesto —venire in chiesa — che può sembrare di un altro tempo per chi non conosce di quel luogo se non ciò che vi si può vedere passando: alcune signore attempate che assicurano una permanenza per mantenere la chiesa aperta, e i sempiterni dèpliant e manifesti parrocchiali. Eppure vi sono là tutta l’attesa degli uomini e le loro questioni più gravi, la più profonda disperazione e la più grande speranza. […] Ciascuno di noi, assolutamente ciascuno è assillato da queste domande ultime. Forse sono rimosse, ricoperte da futili preoccupazioni. Ma se ci prendiamo la briga di venire alla messa, è anche perché siano risvegliate. Ci piacerebbe non lasciarci nutrire da risposte troppo leggere e da consolazioni troppo facili. Non vogliamo essere imboniti o che si aggirino i problemi. E i nostri pastori, vescovi, preti, diaconi, devono capire questo. I teologi di mestiere devono capire questo. Il nutrimento di cui abbiamo bisogno non è la pappa dei bambini, è una parola di carne e di sangue, che nutra la vita di coloro che, nella banalità del mondo, tentano di vivere la straordinaria novità del vangelo, quella novità così male accolta: «Non sono venuto per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato» (Gv 12,47). Fondamentalmente, è una questione di vita o di morte. (Anne LECÙ, Una vita donata, 11-15)

          • Aldejes

            "Ci si sposa per darsi la vita, non per tirare a campare."
            #DonFabioRosini

            e aggiungiamo... senza una relazione costante con Gesù Cristo, senza avere Lui come maestro, senza una sequela umile e senza la Sua Grazia, sarà molto difficile se non impossibile riuscirci.
            Per questo quando ci si sposa si promette tutto "CON LA GRAZIA DI CRISTO".

            • VienieSeguimi

              Solo chi ama educa!
              “Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi”. San Giovanni Bosco

              • Enrico53
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                • VienieSeguimi

                  Il cristiano non farebbe abbastanza per i fratelli
                  se non annunciasse Cristo che porta la redenzione innanzitutto dal peccato;
                  se non annunciasse la realtà dell'alienazione (la "caduta")
                  e al contempo la realtà della Grazia che ci redime, ci libera;
                  se non annunciasse che per ricostruire la nostra essenza originaria
                  c'è bisogno di un aiuto al di fuori di noi;
                  se non annunciasse che l'insistenza sull'auto-realizzazione,
                  sull'autoredenzione non porta alla salvezza ma alla distruzione.
                  Se non annunciasse, infine, che per essere salvati occorre abbandonarsi all'Amore.
                  Benedetto XVI

                  • VienieSeguimi
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                    Il Papa: «Preferisco dare la vita che annullare il celibato». I migranti? «Aiutiamoli a casa loro».

                    www.uccronline.it

                    Le parole di Francesco in conferenza stampa sul volo di ritorno da Panama. Alcuni giudizi sull'attualità, dal celibato sacerdotale all'educazione sessuale, dai temi dell'immigrazione all'aborto. Ecco i suoi interventi e un piccolo commento.

                    • VienieSeguimi
                      VienieSeguimi ha condiviso un link

                      "Un governo deve gestire questo problema con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho. Secondo: non solo riceverli, ma integrarli." (Cit. Papa Francesco)

                      https://www.youtube.com/watch?v=q8QlW5JSDwA&fbclid=IwAR1z7cWjUiTSFM3EuuYQQahRnIJHIwljMTw8v8fW25t8V0Cw_RlpbSljdqc

                      Migranti. Le parole di Papa Francesco su accoglienza e integrazione

                      www.youtube.com

                      Sulla questione immigrazione hanno destato stupore in alcuni le parole di Papa Francesco pronunciate sul volo di ritorno dalla Colombia. Nel senso di una acc...

                      • VienieSeguimi

                        Ops... un bel calcio nel sedere alle ideologie buoniste e falsamente cristiane...
                        grazie #PapaFrancesco

                        "E io ribadisco che le nazioni più generose nel ricevere sono state l'Italia e la Grecia. E anche dico che il governante deve usare la prudenza. E' una equazione difficile. Mi viene in mente l'esempio della Svezia che negli anni '70 con le dittature in America Latina ha ricevuto tanti immigrati, ma tutti integrati. Ma gli svedesi l'anno scorso hanno detto fermatevi un po' perché non possiamo finire il percorso. E' questa la prudenza del governante. Un modo di risolvere il problema delle migrazioni è aiutare i Paesi da cui i migranti vengono. I migranti vengono o per fame o per guerra. Investire dove c'è la fame. L'Europa è capace di farlo. In modo da aiutare a crescere".
                        #PapaFrancesco

                        • Enrico53
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                              • Enrico53
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                                • VienieSeguimi

                                  «non vi può essere vera evangelizzazione senza l’esplicita proclamazione che Gesù è il Signore», e senza che vi sia un «primato della proclamazione di Gesù Cristo in ogni attività di evangelizzazione»
                                  Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana. Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa. Gesù non dice agli Apostoli di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di élite. Gesù dice: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). San Paolo afferma che nel popolo di Dio, nella Chiesa «non c’è Giudeo né Greco... perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Mi piacerebbe dire a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, a quelli che sono timorosi e agli indifferenti: il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore!
                                  114. Essere Chiesa significa essere Popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d’amore del Padre. Questo implica essere il fermento di Dio in mezzo all’umanità. Vuol dire annunciare e portare la salvezza di Dio in questo nostro mondo, che spesso si perde, che ha bisogno di avere risposte che incoraggino, che diano speranza, che diano nuovo vigore nel cammino. La Chiesa dev’essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo.
                                  In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù «per la parola della donna» (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, «subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio» (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?
                                  Certamente tutti noi siamo chiamati a crescere come evangelizzatori. Al tempo stesso ci adoperiamo per una migliore formazione, un approfondimento del nostro amore e una più chiara testimonianza del Vangelo. In questo senso, tutti dobbiamo lasciare che gli altri ci evangelizzino costantemente; questo però non significa che dobbiamo rinunciare alla missione evangelizzatrice, ma piuttosto trovare il modo di comunicare Gesù che corrisponda alla situazione in cui ci troviamo. In ogni caso, tutti siamo chiamati ad offrire agli altri la testimonianza esplicita dell’amore salvifico del Signore, che al di là delle nostre imperfezioni ci offre la sua vicinanza, la sua Parola, la sua forza, e dà senso alla nostra vita. Il tuo cuore sa che la vita non è la stessa senza di Lui, dunque quello che hai scoperto, quello che ti aiuta a vivere e che ti dà speranza, quello è ciò che devi comunicare agli altri. La nostra imperfezione non dev’essere una scusa; al contrario, la missione è uno stimolo costante per non adagiarsi nella mediocrità e per continuare a crescere. La testimonianza di fede che ogni cristiano è chiamato ad offrire, implica affermare come san Paolo: «Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla ... corro verso la mèta» (Fil 3,12-13).
                                  Ora che la Chiesa desidera vivere un profondo rinnovamento missionario, c’è una forma di predicazione che compete a tutti noi come impegno quotidiano. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti. È la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa. Essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada.
                                  128. In questa predicazione, sempre rispettosa e gentile, il primo momento consiste in un dialogo personale, in cui l’altra persona si esprime e condivide le sue gioie, le sue speranze, le preoccupazioni per i suoi cari e tante cose che riempiono il suo cuore. Solo dopo tale conversazione è possibile presentare la Parola, sia con la lettura di qualche passo della Scrittura o in modo narrativo, ma sempre ricordando l’annuncio fondamentale: l’amore personale di Dio che si è fatto uomo, ha dato sé stesso per noi e, vivente, offre la sua salvezza e la sua amicizia. È l’annuncio che si condivide con un atteggiamento umile e testimoniale di chi sa sempre imparare, con la consapevolezza che il messaggio è tanto ricco e tanto profondo che ci supera sempre. A volte si esprime in maniera più diretta, altre volte attraverso una testimonianza personale, un racconto, un gesto, o la forma che lo stesso Spirito Santo può suscitare in una circostanza concreta. Se sembra prudente e se vi sono le condizioni, è bene che questo incontro fraterno e missionario si concluda con una breve preghiera, che si colleghi alle preoccupazioni che la persona ha manifestato. Così, essa sentirà più chiaramente di essere stata ascoltata e interpretata, che la sua situazione è stata posta nelle mani di Dio, e riconoscerà che la Parola di Dio parla realmente alla sua esistenza.
                                  «La fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rm 10,17)
                                  (#PapaFrancesco, Evangelii Gaudium, dal capitolo terzo)

                                  • Enrico53
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                                    • Enrico53
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                                        ESSERE DONNA
                                        dalla lettera di Rachele Sagramoso a Luxuria su "La Croce"

                                        Gentile sig. Guadagno, essere donna non c’entra nulla con i tacchi, con la gonna o col rossetto. Essere donna, glielo dico da ostetrica, vuol dire avere un utero per dare la vita. Vuol dire avere le mammelle per nutrire il proprio bambino. Vuol dire prendersi cura di chi ha bisogno, in modo servizievole. Vuol dire desiderare di capire e accogliere le persone. Vuol dire essere un concentrato di ossitocina, un ormone stupefacente che viene rilasciato - sostanzialmente - dal cervello e fa un sacco di cose, tra le quali partorire e allattare.

                                        Non è che la persona che si trucca, si atteggia e si mette la gonna, sembri una donna. La può ricordare forse. Può scimmiottare la femminilità (un po’ estrema, in vero).
                                        La vera donna lo è perché è madre. Perché accoglie lo sperma prodotto dai testicoli del maschio e lo “trasforma” in bambino: cosa alla quale Lei non ha rinunciato completamente, dato che ha più volte sottolineato il fatto che, nonostante le mammelle plastificate, ha conservato tutto ciò che natura Le ha dato. E ha fatto bene, mi perdoni la confidenzialità: Lei si è tenuto stretto ciò che le appartiene e, infatti, se non si trucca, Lei è un uomo. Probabilmente un uomo che ha sofferto perché non è stato accolto nel Suo essere magari persona sensibile, magari persona accogliente, magari persona creativa. Ripeto non La conosco, non so per cosa è famoso.

                                        Signor Guadagno, io non La conosco e la rispetto molto in quanto persona, ma mi creda: usare la Sua sofferenza per trasmette il messaggio che basta mutare la realtà fisica per stare bene, è un atto che di pedagogico non ha nulla. Non c’è niente di educativo nella Sua lezione, se non il fatto che Lei, in quanto persona eccentrica, ha il diritto di dire falsità a dei bambini. La realtà non si trasforma con una bacchetta magica, poiché anche Cenerentola (parlo di quella della Disney) conquista il Principe non tanto con il magnifico vestito (che comunque è molto bello), ma con la sua timidezza e la sua femminilità che, mi creda, dipende dal fatto di essere proprietaria di un utero e, soprattutto, di avere un cervello da femmina.
                                        Il Suo insegnamento ha un solo significato: “Se soffrite cambiate la parte della realtà colpevole della vostra sofferenza, così sarete felici”. Che bugia, signor Guadagno. Cosa direbbe ai bambini malati di cancro? E quelli che oggi salutano la propria madre nella bara? E quelli che sono sulla sedia a rotelle? Nulla può cambiare la realtà fuori, se non plasmiamo il nostro animo verso il bene e non capiamo che la felicità è ben altro. È sapere di essere amati, è sapere di aver conosciuto la propria madre e che prima o poi la rivedrai, è sapere che non sei solo ad affrontare la vita.

                                        Signor Guadagno io glielo dico da madre, non menta ai bambini. Lei non ha il diritto di farlo. Né chi glielo consente ha il diritto di farglielo fare. I bambini sono detentori di tutti i diritti e hanno il diritto di vedere la felicità che c’è nella forza di chi ha preso la propria sofferenza e ne ha fatto un miracolo di bellezza. Io non La critico, signor Guadagno, perché nessuno può permettersi di farlo senza conoscere una persona in modo confidenziale, per ciò Le chiedo solo un favore: lasci stare i bambini. Loro devono giocare e devono poter sognare tutta la bellezza della loro vita. Non devono essere tediati da chi racconta sofferenze a meno che non si tratti di qualcuno che ha trovato, nella propria condizione ingiusta, un modo per fare del bene e per tendere al bene.

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                                          VienieSeguimi ha aggiunto la Foto Articolo di Silvana De Mari all'Album Foto
                                          • Articolo di Silvana De Mari
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                                            La missione si può compiere come corpo di Cristo e se animati dallo Spirito Santo, crescendo in esso, ravvivandolo sempre di più. Chi è senza lo Spirito Santo neanche pensi di vivere la missione evangelizzatrice, salvatrice, redentrice di Gesù Signore.

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